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Labile

là-bi-le

SignDebole, fugace

dal latino: labilis scivoloso, da labi cadere.

Consultando i dizionari, a valle, si trovano un sacco di significati di questa parola: a monte è uno, semplice, di cui gli altri non sembrano altro che usi particolari. Ciò che è labile è ciò che scivola, non è stabile. Una memoria non proprio di ferro che si muove con difficoltà, senza fare presa sul ricordo; un confine incerto come una cresta di pietra friabile che sdrucciola ora al di qua, ora al di là; il sapore di un vino di pregio che si conserva difficilmente. La connotazione è...

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Labirinto

la-bi-rìn-to

SignStruttura complicata e disorientante; intrico, situazione difficile; parte dell'orecchio che controlla l'equilibrio

dal greco labýrinthos, probabilmente voce egea che si riferiva al palazzo di Cnosso a Creta, forse derivata dal nome lidio dell'ascia bipenne, labrys.

Questa meravigliosa parola è uno dei più suggestivi punti di contatto fra storia e mito. Oggi la usiamo per indicare qualunque struttura sia particolarmente complessa, e in cui sia eccezionalmente difficile orientarsi: si può parlare dei piacevoli labirinti di alte siepi della villa veneta, in cui è bello perdersi, o dell'aeroporto labirintico in cui non si capisce dove si trovi il nostro punto d'imbarco; figuratamente, diventa la situazione intricata di non semplice comprensione: il nostro...

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Lacchè

lac-chè

SignServo, persona servile

dal francese: laquais domestico in livrea che accompagnava la carrozza del signore; forse da una variante catalano-araba: alacay scudiero, o dal provenzale: lecai ghiottone.

Il lacchè è lo stereotipo del giovane servo - sfruttato, maltrattato ma con un che di viscido, dalla moralità labile, sempre affaccendato a sostenere le peggiori macchinazioni e i capricci sfrenati del padrone. Anche se non vediamo girare per le vie Don Giovanni seguito dal fido Leporello o il Marchese Onofrio del Grillo col lesto Ricciotto, nella nostra società abbiamo magnanimamente ancora posto per i lacchè - nei corridoi delle università, alla corte dei grandi sultani cattedrati, lacchè...

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Lacerto

la-cèr-to

SignMuscolo; brandello di carne; frammento

dal latino: lacertus braccio, muscolo. E anche lucertola, e sgombro.

Una striatura, un fascio muscolare anche piccolo ma guizzante e forte: a questo potremmo ridurre l'immagine del lacerto. Col nesso con animali scattanti quali la lucertola e il pesce, già proprio della parola 'muscolo' (diminutivo del latino [mus] topo) il lacerto, parola umile ma di alto profilo, racconta sia il braccio - per eccellenza parte guizzante e muscolosa del corpo umano - sia le parti di muscolo che lo compongono; per estensione è passato ad indicare genericamente un brandello di...

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Laconico

la-cò-ni-co

SignConciso, essenziale

da Laconia, regione del Peloponneso in cui sorgeva Sparta

Capita non di rado di chiamare spartano un ambiente austero, sobrio, essenziale. Riferito al modo di parlare o di scrivere, laconico ha il medesimo significato: traendo la propria connotazione da un popolo celebre per la propria frugalità severa, indica un comunicare incisivo e sintentico, essenziale, pulito da ogni fronzolo e perciò duro ma elegante. Acquisisce una connotazione spiccatamente positiva quando associato a commenti e risposte di particolare acume, stringatezza ed efficacia....

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Lacrima

là-cri-ma

SignGoccia di umore secreto da ghiandole apposite per lubrificare l'occhio; goccia, stilla

dal latino lacrima, di origine indoeuropea.

Questa non solo è una parola semplice e comune, ma è una parola basilare: continuiamo a ripeterla identica da millenni - uguale in latino, uguale in greco, emerge da un inafferrabile substrato indoeuropeo, forte di quel fascino primitivo che hanno i nomi delle cose del corpo umano. La goccia che stilla dalle ghiandole dell'occhio, e che lo bagna, e che riga la gota o che cade dal ciglio, è mossa da cause diverse: scende a pulire, a proteggere, è effetto di emozioni forti e opposte - dal...

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Laido

lài-do

SignSudicio, ripugnante, turpe

dall'antico provenzale: laid, a sua volta dal francone lai brutto.

Quando si parla di laido si tratta di uno sporco che intacca l'essenza stessa di ciò a cui è attribuito, un'oscenità naturale, esteriore ed interiore, che non si può ripulire o mascherare nemmeno con la più accurata delle pulizie e la più rigida castigazione, si tratta del lordo, del meschino, del lubrico portati al parossismo, della turpitudine che più offende i sensi, il cuore e l'intelletto. Sarà laido un marpione che allunga le mani, o un rivoltante spettacolo televisivo di più che...

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Lambire

lam-bì-re (io làm-bì-sco)

SignLeccare lievemente; sfiorare, toccare appena

dal latino làmbere 'leccare, suggere'.

Anche il lambire ci sa stupire: infatti siamo abituati a usarlo non senza poesia ma un po' meccanicamente solo in riferimento ad acque che sfiorino o abbraccino qualcosa. Ora, l'immagine di base di questa parola, già viva in latino anche nei suoi impieghi figurati, è il leccare lievemente, specie per suggere: si può pensare al cane che beve, il cui lappare pare che fosse giusto il nocciolo primo del lambere. Un'azione del genere - che altro non è che un tocco della lingua -, per la sua...

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Lancinante

lan-ci-nàn-te

SignLacerante, che causa un intenso dolore

dal latino: lancinans, participio presente di lancinare lacerare, dilaniare.

È una parola di intensità straordinaria: il lancinante ha origine in un verbo latino non comune che non è passato nell'italiano, [lancinare], il cui significato è lacerare. Il lancinante quindi, in senso proprio o figurato, è ciò che provoca un dolore intenso, una sofferenza acuta, straziante, come il taglio di una lama. Il suo uso, tragicamente, si è assestato su un paio di espressioni @stereotipate: l'urlo lancinante e il dolore lancinante. Mantiene il suo forte significato, ma è sempre...

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Lapalissiano

la-pa-lis-sià-no

SignEvidente, ovvio, scontato, palese.

deriva dal nome di Jacques de la Palice, Maresciallo di Francia vissuto intorno al 1500.

Una volta morto i suoi soldati composero per lui un canto celebrativo. Ma sfortunatamente fu storpiato, e il "se non fosse morto farebbe ancora invidia" diventò "se non fosse morto sarebbe ancora in vita". Da lì un'affermazione lapalissiana è diventata un'affermazione di un'evidenza talmente ovvia da essere ridicola. Usatela spesso e molto, questa parola, perché è uno splendore - e le occasioni per usarla non mancano.

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