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Allegoria

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al-le-go-rì-a

SignFigura retorica che consiste nell’affidare a un testo (sia esso scritto o orale) un senso diverso da quello letterale e logico delle parole che lo compongono

dal latino tardo allegòria, a sua volta dal greco allegorìa, composto di àllos ‘altro’ e agorèuo ‘io parlo’.

Alzi la mano chi, come me, ha spesso avuto grandi dubbi sull’allegoria. È normale: perché «l’allegoria simboleggia…», ma non è un simbolo; «l’allegoria significa…» ma non è una metafora; e allora che cos’è?

Banalmente, Quintiliano (retore e insegnante spagnolo del secolo I d.C.) la definisce come una «serie ininterrotta di metafore», tant’è che come esempio propone dei versi oraziani: O navis, referent in mare te novi / fluctus: o quid agis? Fortiter occupa portum…, «O, nave, nuovi flutti ti riporteranno in mare: che cosa fai? Con forza aggrappati al porto…» In questo caso abbiamo la metafora della città o stato identificati con la nave, molto produttiva nell’arco di tutta la storia della letteratura, poi quella dei disordini politici e sociali rappresentati dai flutti «nuovi» che verranno, e infine quella del porto a cui la nave-stato deve aggrapparsi con forza, la tranquillità. Proprio una continua metaphora, come dice Quintiliano.

Secoli dopo Rabano Mauro, erudito carolingio del secolo IX, individuò quattro livelli di significato da riconoscere nei testi religiosi (livelli che possono essere poi riconosciuti anche in altri testi medievali, come la Divina Commedia di Dante), memorizzabili grazie al distico di Agostino di Dacia (secolo XIII): littera gesta docet, quid credas allegoria, / moralis quid agas, quo tendas anagogia: il senso letterale insegna i fatti, quello allegorico cosa credere riguardo al testo, quello morale come comportarsi e quello anagogico verso dove muoversi. Ecco che nelle Sacre Scritture il senso letterale è quello della realtà percepibile coi sensi (da essa parte l’interpretazione dei testi sacri), quello allegorico trova Cristo nelle vicende (e così la traversata del mar Rosso è la vittoria di Cristo), quello morale ammonisce il fedele e quello anagogico è il significato che lo conduce in alto e gli dona il desiderio dell’eterno.

grandi esempi di allegorie non mancano: la Divina Commedia di Dante e la Bibbia sono tra quelli più noti; tuttavia voglio proporre un testo meno conosciuto: Il Leone, la Strega e l’Armadio, pubblicato nel 1950 e parte della saga fantasy de Le Cronache di Narnia, dalla penna di C. S. Lewis. Si tratta di un capolavoro di richiami alla classicità e, molto palesemente, al mondo cristiano. Lo stesso autore disse ciò in una lettera a una sua giovane lettrice del 1951: «C’è mai stato qualcuno in questo mondo che: 1) giunse nello stesso periodo di Babbo Natale; 2) disse di essere il figlio del Grande Imperatore; 3) per la colpa di qualcun altro diede sé stesso a degli uomini cattivi che lo derisero e lo uccisero; 4) tornò in vita; 5) viene alle volte chiamato l’Agnello […]? Davvero non sai il Suo nome in questo mondo?» Con quest’allegoria del sacrificio Lewis volle omaggiare proprio quell’episodio della vita di Cristo (il suo sacrificio, appunto) che lo portò a una piena adesione al Cristianesimo. Aslan, il buon leone, è Cristo; il Grande Imperatore è Dio; la Strega Bianca è il Male; il giovane Edmund, traditore, è ovviamente Giuda.

Umberto Eco ha specificato un po’ di più la differenza tra metafora e allegoria: mentre la prima non può essere interpretata letteralmente (come dice lui «una donna non è un cigno, un guerriero non è un leone»), l’allegoria invece può essere intesa letteralmente (sempre riprendendo le sue parole «Dante potrebbe benissimo voler dire davvero che stava viaggiando per una foresta e che vi ha incontrato tre fiere»).

Messe assieme tutte queste informazioni, forse possiamo giungere a una conclusione: l’allegoria è una grande metafora generale; un testo che sembra voler dire qualcosa (ma ne suggerisce di nascosto un’altra); un forziere, che dentro al legno consunto ed esposto alle intemperie nasconde tante gemme ricche e brillanti.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una figura retorica.

Parola pubblicata il 04 Maggio 2018

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