Anastrofe

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a-nà-stro-fe

SignFigura retorica che consiste nell’inversione dell’ordine «normale» o «abituale» delle parole

dal greco anastrophé ‘inversione’.

Come da definizione, l’anastrofe è l’inversione dell’ordine normale o abituale delle parole. Ma che differenza c’è tra l’ordine normale e quello abituale? Come fa notare Bice Mortara Garavelli (cruscante esperta di retorica) nel suo Manuale di retorica, la distinzione c’è ed è molto importante. L’ordine abituale, infatti, è quello che più tipicamente si riscontra nell’uso, mentre quello normale fa riferimento alla norma linguistica, e cioè a quello standard astratto di lingua che rappresenta il modello da seguire. Scomodiamo per un momento Baglioni: strada facendo è il perfetto esempio di espressione in cui abbiamo un determinato ordine usuale (si tratta ormai di una forma cristallizzata così come è) diverso da quello normale (le regole dell’Italiano standard vorrebbero, infatti, il complemento oggetto dopo il verbo). Nessuno direbbe mai facendo strada con lo stesso senso di strada facendo (col senso di «guidare qualcuno», però, sì), e se qualcuno lo facesse ci troveremmo davanti a un’anastrofe.

È il caso di tirare in ballo il caro, vecchio latino. Come si sa, l’ordine delle parole nelle lingue classiche flessive (come il Latino, il Greco o il Sanscrito) era abbastanza libero, eccezion fatta per alcune norme come il fatto che il complemento di specificazione precedesse il nome specificato. Molto probabilmente l’anastrofe è un retaggio, nelle lingue romanze, proprio del latino: il carattere flessivo della lingua permetteva in poesia di «costruire» il verso in base alle esigenze metriche. Un esempio lo abbiamo nel libro II dell’Eneide, in cui leggiamo: Et terram Hesperiam venies, ubi Lydius arva / inter opima virum leni fluit agmine Thybris (non in corsivo l’anastrofe), «In terra d’Esperia verrai, dove tra campi ricchi d’uomini fluisce con placida corrente l’estrusco Tevere» (traduzione di Luca Canali). In questo caso in latino abbiamo un’anastrofe tra arva («i campi») e la preposizione inter («tra»), mentre nella traduzione possiamo apprezzarne delle altre inserite dal traduttore, segnalate in corsivo.

Il penultimo esempio è una posposizione del predicato, ed è un’inversione dell’ordine normale: l’ordine sintattico dell’Italiano, infatti, è SVO (Soggetto, Verbo, Oggetto), e in quel caso abbiamo il verbo in posizione finale, mentre nell’ultimo esempio abbiamo in ultima posizione il Soggetto. Non si può, a questo proposito, fare a meno di citare una delle anastrofi più celebri della letteratura italiana: «Sempre caro, mi fu quest’ermo colle…» L’ordine normale vorrebbe qualcosa come «Questo colle ermo mi fu sempre caro». Menomale che esiste, l’anastrofe.

Nell’ultimo caso abbiamo visto il primo verso dell’immenso Infinito (perdonatemi il gioco di parole) leopardiano; e un’altra, di anastrofe, la becchiamo in A Silvia: «… allor che all’opre femminili intenta / sedevi, assai contenta…» Semmai «sedevi intenta all’opre femminili», ma senza l’anastrofe si perde tutta una serie di piccolezze retoriche che invece Leopardi, invertendo un pochino l’ordine delle parole, può aggiogare e usare a proprio piacimento.

Non è prerogativa della poesia, come abbiamo visto, ma è comunque presente in tantissimi capolavori della letteratura; è semplice, se ci si ricorda la differenza tra ordine usuale e ordine normale; insomma, visto che son sardo: l’anastrofe è!

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una figura retorica.

Parola pubblicata il 18 Maggio 2018

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