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Apostrofe

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a-pó-stro-fe

SignFigura retorica secondo la quale la voce narrante si rivolge a un uditore ideale

dal greco apostrophè, ‘deviazione’, dal verbo apostrèpho, ‘volgersi altrove’.

Immaginate di essere a Roma nel 63 a.C. Di prima mattina vi arriva un avviso: c’è da correre al tempio di Giove Statore, sul Palatino, perché è stata convocata una riunione straordinaria del Senato. Forse ha a che fare con la congiura di cui si sussurra in giro. Tutti hanno preso posto. La retorica classica prevede che l’orazione inizi in maniera soft per poi conquistare tutti con una climax ascendente culminante nell’estremo patetismo, ma Cicerone, oggi, stravolge le cose: Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? «Fino a che punto abuserai, Catilina, della nostra pazienza?» Anziché rivolgersi a voi senatori come ci si sarebbe aspettati, l’Arpinate apostrofa direttamente Catilina.

Figura retorica molto utile quando si vuole suscitare il pathos, quel travolgente subire/sentire, nel lettore o ascoltatore, l’apostrofe è, etimologicamente, un “rivolgersi verso un’altra parte”. Ma un’altra parte in che senso? Nel senso che chi effettua l’apostrofe si rivolge a un uditore diverso da quello che ci si aspetterebbe in quel contesto, a qualcuno che non è l’uditore convenzionale. Cicerone, rivolgendosi direttamente a Catilina, sta rompendo gli schemi, scagliando le proprie parole non al grande gruppo riunito dei senatori, ma specificamente al famoso congiurato.

Dante, per esempio, è noto per le sue apostrofi invettive (tra le più famose, quella contro Firenze). La mia preferita (non me ne vogliano i Genovesi) è proprio quella contro la città ligure. Il canto è il XXXIII, il cerchio il nono (traditori) e la zona è la Tolomea (traditori degli ospiti); dopo esser stato notificato, da frate Alberigo, della presenza di Branca Doria, traditore genovese, Dante interrompe la narrazione e si rivolge agli zenéixi: «Ahi Genovesi, uomini diversi / d’ogni costume e pien d’ogne magagna, / perché non siete voi del mondo spersi?» (Ahi, Genovesi, uomini estranei a ogni buon costume e pieni di vizi, perché non venite dispersi via dal mondo?) Le dure parole che il sommo poeta dedica loro sono un esempio di esecrazione, una tipologia di apostrofe in cui son manifestati orrore e condanna per qualcosa (e Dante, di orrore e condanne, ne dispensa a secchiate).

Poi, l’apostrofe delle apostrofi che viene in mente a quasi tutti quando si parla di questa Figura: quella alla diletta e graziosa luna di Leopardi. «O graziosa Luna, io mi rammento / che […] sovra questo colle / io venia pien d’angoscia a rimirarti»; e ancora «Ma nebuloso e tremulo dal pianto / […] / il tuo volto apparia, ché travagliosa / era mia vita: ed è, né cangia stile, / o mia diletta Luna».

Un primo Leopardi, che canta silenzioso le proprie lacrime alla Luna, è l’autore di questo testo, in cui l’apostrofe riesce a portare a compimento il proprio scopo: l’esplosione del sentimento in quei due complementi di vocazione che, come una mano/parola che afferra l’uditore, ci danno una prova chiarissima e una definizione esperibile di quel pathos da cui sono caratterizzate.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una figura retorica.

Parola pubblicata il 13 Luglio 2018

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