Arpia

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ar-pì-a

SignCreatura mitologica con volto di donna e corpo di rapace; donna malevola

dal greco arpyiai le rapaci, dal verbo harpazein rapire.

Quella dell'arpia - o meglio, del gruppo delle arpie - è una figura mitologica ricorrente, dipinta variamente da diversi autori. Ciò che pare pacifico e comune a tutte le versioni è l'essere spiacevole di queste creature femminili, sempre malevole nei confronti degli umani, volentieri intente a rovinar loro la vita - e che profetizzano sventure. Da questo carattere generale oggi mutuiamo il significato dell'arpia come antonomasia: una donna cattiva, avida, avara, e magari pure brutta, che spesso pare innocua e che invece è rapace nel fare del male. Si parla quindi di quell'arpia della collega maldicente, dell'arpia appollaiata in segreteria che trova gusto nel farti perdere tempo, delle arpie accomodanti che attendono un momento di difficoltà per cercare di affondarti.

Nota mitologica extra: chi erano le arpie?

Figlie di Taumante e di Elettra, divinità marine, le arpie erano creature col volto di donna e col corpo di rapace. Sul loro numero c'è disaccordo: secondo Esiodo erano due, Aello e Ocipete, mentre nella narrazione di Virgilio sono molte di più, e capeggiate da una certa Celeno. Compaiono nell'Eneide quando Enea e i suoi uomini approdano sulle isole Strofadi, nel mar Ionio; qui, trovando abbondanza di selvaggina, decidono di procacciarsi un lauto pasto - desideratissimo, dopo il viaggio per mare. Ma le arpie che vivevano lì si adirarono per questa libertà che si erano presi: le Strofadi appartenevano a loro. Quindi attaccarono il banchetto, bruttandolo con i loro escrementi; a nulla valse la rappresaglia armata dei Troiani, vista la rapidità delle arpie, e furono costretti a riprendere il mare. Nel mentre, una di loro profetizzò ai fuggiaschi che avrebbero sì fondato una città in Italia, ma che le difficoltà del viaggio sarebbero state enormi - e che soprattutto la fame sarebbe stata nera.

Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, invece, le arpie sono il castigo che gli dèi hanno scagliato sull'indovino Fineo; infatti, secondo il giudizio celeste, Fineo indovinava un po' troppo, e avrebbe fatto bene a piantarla. Del suo palazzo avevano fatto il loro nido, e gli impedivano di mangiare saccheggiando le tavole imbandite e ricorrendo alla solita tattica degli escrementi. Quando Giasone e gli altri approdarono in quelle terre, liberarono subito l'indovino dall'incomodo (gli Argonauti erano ben più tosti dei Troiani). Comunque alla fine le risparmiarono, grazie all'intercessione della loro sorella Iride, messaggera celeste omologa di Ermes. Fineo, oltremodo grato, si sdebitò svelando a Giasone come superare, nel suo viaggio in mare, l'ostacolo delle terribili rocce Simplegadi.

Perfino Dante impiega queste figure del mito: nel XIII canto dell'Inferno, le arpie vivono fra gli alberi in cui sono mutate le anime dei suicidi, fracassando i rami per procurar loro dolore.

Bei tipetti.

Parola pubblicata il 29 Ottobre 2014

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