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Cavaliere

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ca-va-liè-re

SignChi sta su un cavallo; guerriero nobile, appartenente alla cavalleria; difensore, campione; persona galante, signorile

attraverso il provenzale cavalier, dal latino tardo caballarius 'palafreniere, stalliere', derivato di caballus 'cavallo da fatica'.

Nel nostro immaginario il cavaliere medioevale è sempre “senza macchia e senza paura”, impegnato sì a combattere, ma solo per giuste cause, spinto da un amore nobile e disinteressato a difendere i deboli e gli oppressi, Dio e la patria. Il cavaliere di oggi, invece, ha sostituito la devozione bellica al signore con quella – pacifica e galante – alle signore: l’uomo che vuol essere cavaliere offre sempre il braccio alla dama nelle piacevoli passeggiate domenicali, non lascia mai che essa apra da sé la portiera per entrare o uscire dall’auto, e se ha piovuto getta cavallerescamente il proprio nuovissimo pastrano sul marciapiede melmoso, sì da preservarne le muliebri scarpine dagli insulti della vile zacchera.

Com’è possibile, allora, che in inglese cavalier (come aggettivo, non come nome) significhi esattamente il contrario? Infatti, “to have a cavalier attitude” non significa mostrarsi cortese e premuroso, bensì avere un atteggiamento sdegnoso, noncurante, sbrigativo o indifferente. Rivolto alle persone, ovviamente un tale modo di fare risulta sgradevole e offensivo. Se riguarda le cose, però, allora scorgiamo il punto di contatto tra i due significati apparentemente contraddittori: in inglese, la “cavalier attitude” si riferisce volentieri ai soldi o al pericolo, e allora ci appare chiara l’affinità tra la noncuranza del cavaliere per il gretto interesse materiale e quella del gentiluomo per l’elegante pastrano appena acquistato e galantemente sacrificato. È la sprezzatura l’anello di congiunzione tra le due accezioni.

Tuttavia, resta un’ambiguità di fondo, e per scioglierla bisogna fare un salto indietro nel tempo.

L’equipaggiamento del cavaliere medioevale era molto costoso, e pochi potevano permetterselo. I cavalieri erano perciò un’élite, ed erano perlopiù cadetti (figli minori di nobili), i quali, non potendo ereditare le ricchezze paterne, dovevano giocoforza andare in cerca di fortuna. Ma la fortuna loro, si capisce, erano i guai degli altri, tanto che la Chiesa intervenne prontamente per limitarne i danni, stabilendo periodi di tregua e inventando una cerimonia di consacrazione a cavaliere, mediante la quale degli sfrenati avventurieri venivano tramutati in veri e propri soldati di Cristo. Una parte fondamentale, poi, nel veicolare l’immagine del cavaliere come spirito nobile che combatte per il bene, l’ebbero i poemi e i romanzi cavallereschi, dalla Chanson de Roland alla Gerusalemme liberata, fino al Don Chisciotte di Cervantes.

Insomma: quale giudizio – anche linguistico – si sarebbe imposto, circa una figura così ambigua, non era affatto scontato. Quello dei borghesi cittadini, vessati e danneggiati economicamente da questi attaccabrighe, oppure quello di poeti e cantastorie che volevano, dovevano credere all’idea che esistessero nobili e disinteressati difensori di Dio, del bene e degli oppressi?

Nel mondo anglosassone, a livello lessicale, ha prevalso la dura prosa dei rapporti di forza e delle distinzioni di classe; qui da noi, l’idealizzazione poetica di gloriose gesta e nobili sentimenti. Se questo ci dica qualcosa di profondo sui rispettivi caratteri nazionali, naturalmente, è materia di opinione.

Con Salvatore Congiu, insegnante e poliglotta, un martedì su due osserveremo una strana coppia: una parola italiana e una sua sorella che in inglese, francese, spagnolo o tedesco prende tutta un'altra piega.

Parola pubblicata il 29 Gennaio 2019

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