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Dissigillare

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dis-si-gil-là-re (io dis-si-gìl-lo)

SignAprire togliendo o rompendo i sigilli; come intransitivo pronominale, sciogliersi

composto da un dis- di separazione e sigillare, uguale in latino, derivato di sigillum, che è diminutivo di signum 'segno'.

Un'azione contraria al sigillare, niente di più semplice, pare. Un aprire togliendo, sciogliendo o rompendo un sigillo che testimoniava una chiusura intatta. Ma c'è un profumo tutto particolare.

Come ogni negativo, evoca la sua base positiva - in questo caso, l'azione del sigillare. Un'azione solenne, perché il sigillo reca un segno, e intenta; e questo carattere si ripercuote naturalmente sul suo contrario, per quanto in certi casi possa avere anche una sua violenza. Nei suoi usi figurati quindi il dissigillare si presenta come un aprire qualcosa di intimo, di prezioso, di riposto: dissigillo i miei sentimenti in una dichiarazione d'amore, la corrispondenza scoperta dissigilla un rapporto misterioso, il passo falso dissigilla il movente nascosto.

È una parola alta, come alto è l'oggetto del sigillo. Peraltro in poesia acquista anche il significato di 'sciogliere' (o meglio 'sciogliersi'), quasi ci parlasse di un rifondere la ceralacca impressa sul plico, e lo acquista a partire dal celebre esempio che ora vediamo.

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(Dante, Paradiso XXXIII, vv. 61-66)


[…] Quasi tutta cessa

mia visione, e ancor mi distilla

nel core il dolce che nacque da essa.


Così la neve al sol si disigilla;

così al vento ne le foglie levi

si perdea la sentenza di Sibilla.


Nell’ultimo canto del Paradiso riemerge un tema chiave: il limite della parola e, prima ancora, della memoria.

La visione di Dio, infatti, oltrepassa le capacità della ragione; e per questo Dante è incapace non solo di descriverla, ma persino di rammentarla. Ogni immagine mentale si dilegua come la neve che, sotto il sole, perde la sua forma; e il pensiero logico si frammenta, come le profezie che la Sibilla scriveva sulle foglie, subito disperse dal vento.

Leggendo questo passo è facile capire l’osservazione di Leopardi: “Il poetico consiste sempre nel lontano, nell’indefinito, nel vago.” Infatti le immagini di Dante possiedono un’incredibile delicatezza, una leggerezza quasi impressionista. Peraltro le molte consonanti liquide e nasali fanno sì che le parole stesse scivolino via, evanescenti come il loro contenuto.

Ancor più interessante, però, è il modo in cui Dante descrive il processo del ricordo: e in questo possiamo facilmente riconoscerci. La mente non riesce a trattenere gli eventi particolari; tuttavia resta la traccia delle emozioni che li hanno accompagnati. Il cuore diventa quindi la vera sede della memoria: “distilla” i ricordi, ossia ne estrae il succo e lo trasforma in nutrimento. E così la vita che viviamo, filtrando goccia a goccia, ci costruisce gradualmente, come una stalagmite.

Certo c’è anche un’ombra (sorprendentemente moderna) di inquietudine. La mente si rivela incapace di trattenere le cose: così tutte le esperienze della vita – anche le più positive – restano frammentarie, e il loro significato profondo è spesso inintelligibile.

Alla fine del canto, però, un'altra metafora fa da contraltare alle foglie della Sibilla: in Dio infatti è «legato con amore in un volume / ciò che per l'universo si squaderna.» Tutto il tempo e lo spazio, cioè, sono presenti in Dio: neppure un singolo istante va sprecato. E perciò Dante, quando si trova davanti a Lui, vede tutte le esperienze ricomporsi armoniosamente, riacquistando forma e significato.


Con Lucia Masetti, giovanissima dottoressa in filologia moderna, ogni lunedì apriremo uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 05 Giugno 2017

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