Figlio

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fì-glio

SignNato, rispetto a chi o ciò che l'ha generato; appellativo rivolto a un giovane da una persona adulta

dal latino filius.

Come molte parole che non hanno bisogno di presentazioni, anche 'figlio' cela dei tratti poco perspicui che meritano di essere portati al sole.

Ebbene, si tratta di una parola tutt'altro che isolata - e non solo perché ha un numero ragguardevole di derivati: nell'ordito riposto della lingua, quello del figlio è un nodo legato etimologicamente al fecondo e alla femmina. Il significato che quindi possiamo trarre da questa parola (il nato in genere, rispetto alla persona, all'ente, al gruppo, al luogo, al tempo che lo ha generato) è tanto versatile quanto pesante, niente affatto agile: si porta dietro connessioni intense e massicce con le prime emanazioni concettuali che riguardano la fertilità umana e animale.

Alla fine è un termine usato con la più quotidiana disinvoltura - da quando si parla di che combinano i propri figli, dei figli che sono sempre meno, a quando i figli della città si stringono a una tradizione, a quando qualcuno vaticina come sono e saranno i figli del nuovo decennio, senza contare quando è usato come appellativo da un adulto verso un giovane. E a maggior ragione è bello conoscerne la densità.

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(Jacopone da Todi, Donna de paradiso, vv. 44-47 e 116-119)


Figlio occhi iocundi,

figlio, co’ non respundi?

Figlio, perché t’ascundi

al petto o’ sì lattato? […]


Figlio bianco e vermiglio,

figlio senza simiglio,

figlio e a ccui m’apiglio?

Figlio, pur m’ài lassato!


Jacopone, il principale poeta religioso del XIII secolo, è un personaggio tormentato. Per lui l’amore di Dio è paradossale, violento: è come un fuoco erosivo, che promana dal nucleo ardente della croce. Questa infatti rappresenta lo scandalo supremo, il luogo in cui Dio si cala al fondo della degradazione umana.

Donna de paradiso, in particolare, descrive la Passione attraverso gli occhi di Maria. Il dolore di una madre è talmente profondo da diventare un mistero in sé, e Jacopone contempla con rispetto questo territorio incognito. Non si concede nessuna sdolcinatura: il linguaggio è come sempre sanguigno, persino stridente (a partire dalla rima in –iglio), e la sintassi è ruvida, costruita per rapidi accostamenti (come in “figlio occhi iocundi”).

Il pathos tuttavia emerge proprio dalla semplicità dei legami umani. Gesù qui è anzitutto un figlio: Maria ne ricorda con tenerezza gli occhi allegri, le guance rosse; e, come tutte le mamme, pensa che sia “senza simiglio”, unico al mondo.

Il loro legame è visceralmente profondo: il figlio è quasi una cosa sola con il petto che l’ha allattato. Eppure, ora questo legame entra in crisi.

Il primo colpo è inferto dal silenzio. La mamma non è più una figura protettiva, a cui confidare i propri dispiaceri: ora Maria è impotente, e il silenzio del figlio la esclude anche dalla condivisione del dolore. Da qui il suo grido angosciato: “Perché non rispondi?” Il secondo colpo, poi, è il più tremendo e definitivo, la morte. Così Maria si trova sola, senza nessuno a cui aggrapparsi.

Eppure la parola ‘figlio’ continua a ripetersi, martellante: come se neppure la morte fosse davvero capace di recidere questo legame. Maria urla l’assurdità della separazione e così, implicitamente, la nega. Perché l’immensità stessa del dolore testimonia una certezza inarticolata, ma radicata nel profondo: di fronte a un amore così, la morte non può avere l’ultima parola.

Lucia Masetti, dottoranda in studi umanistici all'Università Cattolica di Milano, ogni lunedì apre uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 11 Dicembre 2017

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