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Filastrocca

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fi-la-stròc-ca

SignSemplice composizione in versi di gusto infantile; discorso lungo e sconclusionato; elenco prolisso, sfilza

etimo incerto.

Anche stavolta niente etimologia sicura (sarà il caldo): le ipotesi da percorrere sono varie, vediamole a volo. Potrebbe trattarsi semplicemente di un derivato figurato di filare, che essenzialmente ci racconta la filastrocca nel suo ricascare lungo, cadenzato e continuo, ma è anche vero che strocco è stato nome antico di un certo tipo di seta, il che potrebbe aggiungere a questo filare una tonalità; altrimenti si può pensare a un'alterazione di filatessa (quasi un sinonimo) che in ultima analisi ci dovrebbe riportare al filatterio, ossia al tefillin, l'astuccio quadrato indossato in coppia dagli ebrei in preghiera (legato al capo e al braccio con un viluppo di cinghie, e recante brani del Pentateuco), ma altri avanzano l'ipotesi che... Basta così, è un pantano e nessuno ne è venuto a capo. Passiamo a ciò che c'è di curioso.

Il significato di canzoncina, poesiola, di serie di rime amene e musicali ci suona come decisamente preponderante - così conosciamo la filastrocca, anzi le filastrocche, fin da bambini. Il bello è che fino all'inizio del Novecento si trattava di un significato marginale. Piuttosto la filastrocca, dalla metà del XV secolo, era il discorso lungo oltremodo, lo sproloquio sconclusionato, la serie interminabile di parole senza gran costrutto (e per estensione l'elenco prolisso, la sfilza). Mica roba simpatica: che presunzione, che noia. Ma se prendiamo questo significato con leggerezza facendogli abbandonare ogni sfumatura di malanimo, be', calza anche sulla filastrocca odierna - in versi sì ma senza pretese di significati troppo alti, piacevolmente distesa e senza ermetismi, spesso fieramente sconclusionata: lunghezza e ritmo, assonanze e rime della filastrocca sono volentieri funzionali al divertimento infantile: al gioco, all'intrattenimento, al sonno.

Il passaggio è intelligente. Oggi diremmo che è post-ironico. Da una parola graffiante e sarcastica si deliba il fiore più leggero di significato, che con nuova benigna serietà si attaglia all'innocuo svago di bambini.

_________________________


G. G. Belli, Er giorno der giudizzio


Quattro angioloni co le tromme in bocca

se metteranno uno pe ccantone

a ssonà: poi co ttanto de voscione

cominceranno a ddi: "Fora a cchi ttocca"


Allora vierà ssu una filastrocca

de schertri da la terra a ppecorone,

pe rripijà figura de perzone

come purcini attorno de la bbiocca [chioccia]


E sta bbiocca sarà Dio bbenedetto,

che ne farà du' parte, bianca e nera:

una pe annà in cantina, una sur tetto.


All'urtimo uscirà 'na sonajera

d'angioli, e, come si s'annassi a lletto,

smorzeranno li lumi, e bbona sera.


Belli era un personaggio strano. Esercitò con zelo il mestiere di censore pontificio, ma privatamente scrisse più di duemila sonetti in dialetto, spesso sacrileghi e sboccati. Il suo scopo, a quanto diceva, era riprodurre il punto di vista della plebe romana. Ma la carica dissacratoria è tale che non sembra presa a prestito: forse la voce popolare ha offerto all’autore una scappatoia alla sua stessa censura.

questo sonetto, in particolare, descrive il giudizio universale in tono bonariamente irriverente: quattro angeli con le trombe risvegliano i morti, che si sollevano da terra riprendendo aspetto umano. Poi Dio divide le anime in due gruppi, e manda il primo all’inferno (“in cantina”), il secondo in paradiso (“sul tetto”). Infine gli angeli spengono le luci, come si fa prima di andare a letto.

Per la verità la visione del mondo qui sottesa è piuttosto pessimistica: il giudizio appare arbitrario, e il “bona sera” finale suggerisce la vanità di tutte le cose. Ciononostante trovo questa poesia irresistibilmente simpatica.

L’atmosfera è fiabesca: le anime si innalzano in una lunga “filastrocca”, come “pecoroni”, mentre Dio si trasforma in una immensa chioccia che accuratamente raduna i pulcini sotto le sue ali. Sembra quasi la prospettiva di un bambino, che interpreta anche i temi più solenni sulla base delle piccole cose della vita; e che viceversa trasfigura il quotidiano con la sua spumeggiante fantasia.

certo, le credenze dei bambini e dei popolani sono ingenue, schematiche, spesso errate; eppure hanno una loro logica, e anche una loro bellezza. Perché sono capaci – pur inconsapevolmente – di restituire alle cose un alone poetico che spesso i sapienti non vedono.

Come un bambino di cui mi hanno parlato, che alla domanda: “Da dove nasce il vento?” rispose con meravigliosa e involontaria poesia: “È l’aria che fanno gli alberi quando si muovono.”

Lucia Masetti, dottoranda in studi umanistici all'Università Cattolica di Milano, ogni lunedì apre uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 23 Luglio 2018

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