Harakiri

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ha-ra-kì-ri

SignIn Giappone, forma di suicidio rituale attuato squarciandosi il ventre

voce giapponese, composta di hara (腹), che significa pancia, e kiri (切り), che vuol dire tagliare. In kanji si scrive 腹切り.

Harakiri è una maniera di suicidio soprattutto in uso tra i samurai. In seguito, questa maniera è stata adottata come un mezzo di esecuzione capitale. Il modo è molto semplice: ci si taglia la pancia. Noi giapponesi generalmente non diciamo "harakiri" ma "seppuku (切腹)". Il senso di tutte le due parole è uguale: "tagliare pancia".

Forse harakiri sembra una consuetudine particolare giapponese perché in Occidente altri erano i modi di eseguire una condanna a morte.

Ma in Giappone, tagliarsi la pancia era l'onorato modo di esecuzione. Il samurai aveva l'idea che il suo signore aveva il potere di dargli la morte e che gli era concesso uccidersi da sé, mentre essere decapitato ed essere messo in croce erano condanne disonorevoli.

A proposito, perché la pancia? Tagliarsi la pancia è assurdo come modo di uccidersi. Di solito non si può morire subito e si soffre forte dolore a lungo, però fu usato per quasi 700 anni. Circa la ragione, il dott. Nitobe Inazo (新渡戸稲造) scrive nel suo libro "Bushido: l'anima del Giappone" 『武士道』: per le credenze anatomiche antiche l'anima e l'affezione umana dimorano in ventre, e quindi era creduto che tagliarsi la pancia fosse il modo di uccidersi secondo bushido, mostrando la propria anima.

Secondo alcuni studiosi la tradizione di seppuku è la ragione perché tanti giapponesi riconoscono e accettano la pena di morte, dato che è già stato fissato come "tradizione giapponese" il concetto: espiare la sua colpa con la sua morte per l'onore.

Adesso nessuno fa seppuku. In Giappone la maniera di esecuzione capitale è impiccagione.

Di rado si possono incontrare concetti più lontani dalla nostra cultura - e infatti, essendo per noi poco comprensibile, l'harakiri è citato, nella nostra lingua, con una vena ironica: il richiamo a un rito del genere finisce per avere un che di comico, e se dico che faccio harakiri vuol dire che sto scherzando su una situazione difficile.

Da noi esiste il suicidio per tristezza, disperazione, e anche nel caso in cui il suicidio coinvolga l'onore non è mai un modo per salvarlo, ma piuttosto per sfuggire all'ignominia. Certamente su questo assetto ha pesato la concezione cristiana del suicidio, che lo rifiuta in maniera assoluta; notiamo però che la concezione latina del suicidio, in particolar modo in periodi più risalenti, non era così aliena a quella giapponese. Specie in contesti militari era considerato una reazione alta e onorevole rispetto alla sconfitta, estremo atto di libertà; e l'onda lunga di questa suggestione giunge fino Dante, che pone Catone, suicida, non all'inferno ma alle porte del purgatorio.

Insieme ad Haruki Ishida, giovane dottore in Lingua e Letteratura italiana dell'Università di Kyoto, un giovedì ogni due vi proponiamo una parola giapponese diventata consueta anche agli Italiani, cercando di tracciarne l'origine e il modo in cui vive nelle nostre culture. Il testo in corsivo è opera sua.

Parola pubblicata il 23 Gennaio 2014

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