Karaoke

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ka-ra-ò-ke

SignForma di intrattenimento che consiste nel far cantare a turno i partecipanti su una base musicale registrata

voce giapponese, coniata intorno al 1970, composta da kara(カラ) che significa vuoto (空) e oke (オケ), che è la forma contratta di "orchestra". Letteralmente karaoke vuol dire "senza orchestra". In caratteri katakana è scritto カラオケ.

Questa parola è usata nel campo della trasmissione e significa trasmettere una musica registrata, quindi "senza orchestra". Poi è passata a significare lo strumento e il locale per cantare.

In Occidente, tutti cantano in pubblico. Quando stavo nei Stati Uniti, ero molto sorpreso. Tutti cantano all'improvviso come vogliono nel centro di una strada. In Giappone non c'è questa cultura. I giapponesi sono timidissimi e hanno vergogna di cantare in pubblico. Oltre a ciò, considerano che quest'azione è maleducata. Purtroppo cantare è approvato solo in spazi limitati, in Giappone. Succede anche in altri Paesi dell'Asia: può darsi che gli asiatici non vogliano cantare in pubblico. (Io preferisco la cultura di cantare dovunque.)

Perciò karaoke è uno dei divertimenti più importanti. I giapponesi non cantano nella città ma amano cantare. Non è approvato fare chiasso in pubblico però nella stanza di karaoke va bene. Ecco perché karaoke è utilizzato soprattutto per feste amichevoli.

Alcuni si rilassano dallo stress attraverso karaoke. Adesso molte persone vanno a karaoke da sole. Può darsi che sia strano per voi Italiani. Però, nella stanza di karaoke, non si trovano gli occhi e gli orecchi di altri. Ci sono solo io. La mia voce non arriva a nessuno. Posso addirittura gridar male di mio boss. Ogni tanto questa situazione è necessaria per vivere nella comunità.

Secondo me, karaoke non diventerà così tanto diffuso in Italia, perché ha una cultura diversa da quella asiatica. Ma il fatto di cantare è amato in tutto il mondo. Solo il sistema è diverso. Quando venite in Giappone, vi raccomando di andare a karaoke. Potete cantare anche i canti italiani. (Io spesso canto "Con te partirò" e "Nessun dorma". Spero di cantare i canti di De André ma purtroppo non è ancora possibile...).

In effetti in Italia questo fenomeno è piuttosto limitato: qualche locale lo impiega come intrattenimento d'appoggio, e nei suoi supporti più agili e portatili torna certamente comodo come espediente per farsi una cantata quando non si è con musicisti e non si sanno i testi delle canzoni - ipotesi comunque piuttosto remota - oppure quando si vuole creare uno scherzoso clima di sfida canora. Gli manca completamente il retroterra culturale asiatico, e quindi la carica emotiva associata. È un intrattenimento divertente, una splendida intuizione, che quando negli anni '90 fu portato alla ribalta in Italia dall'omonimo programma televisivo ebbe il sapore della novità, e che oggi è un divertimento come tanti altri.

Insieme ad Haruki Ishida, giovane dottore in Lingua e Letteratura italiana dell'Università di Kyoto, un giovedì ogni due vi proponiamo una parola giapponese diventata consueta anche agli Italiani, cercando di tracciarne l'origine e il modo in cui vive nelle nostre culture. Il testo in corsivo è opera sua.

Parola pubblicata il 20 Febbraio 2014

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