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Licenza

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li-cèn-za

SignPermesso; in ambito retorico, la licenza è il parlar liberamente senza preoccuparsi della reazione dei lettori o degli ascoltatori

dal latino licentia ‘permesso, libertà’, sostantivo derivato dal verbo licere ‘essere lecito’.

Salto indietro di undici anni (per me): sono in prima media e la professoressa di italiano inizia a proporre a me e ai miei compagni di classe le prime poesie (le filastrocche da imparare a memoria alle elementari non le prendiamo in considerazione). «Professoressa, ma perché studiamo questo testo qui che ha un errore?» E la professoressa, probabilmente non senza un poco di male al cuore, da brava donna di lettere: «Non è un errore, è una licenza poetica!»

questo tipo di licenza la conosciamo un po’ tutti: un autore si trova nella condizione di uscire volontariamente (e quest’ultimo avverbio è fondamentale nella distinzione tra licenza poetica ed errore) dai confini della norma linguistica del suo tempo e lo fa, per speziare in qualche modo il proprio testo. Tuttavia molti non sanno che c’è un meccanismo dello scrivere e del parlare, una figura retorica, che prende proprio il suo stesso nome: licenza.

Dal punto di vista ideologico, la licenza porta un peso ben più grosso di quello di un semplice artificio retorico: è infatti la possibilità di dire liberamente, e infatti nel mondo greco la licentia latina si identificava nella parrhesìa, alla lettera ‘tutte le cose che si dicono’, quindi ‘libertà di parola’ (anche se come sempre ci son due lati della medaglia: questo è il senso positivo, ma ce n’è anche uno negativo che vede nella parresia il parlare a briglia sciolta, senza alcun tipo di freno).

Nella Rhetorica ad Herennium, trattato sull’arte retorica, leggiamo che la licenza è, per esempio, «quando, parlando al cospetto di coloro ai quali dobbiamo rispetto o che temiamo, tuttavia esprimiamo la nostra libertà di parola». Licenza è quindi anche l’esempio, probabilmente fittizio, che l’anonimo autore del trattato propone poco dopo, parlando di un oratore che, rivolgendosi ai suoi concittadini, sbatte loro in faccia la verità ricordandogli che essi stessi, per via della loro indifferenza, sono causa della loro miseria.

In sostanza, la licenza è parlare e scrivere senza peli sulla lingua, cinicamente, infischiandosene del pubblico (solo apparentemente, però: se sgancio una bomba di parole contro il pubblico che ho davanti simulando disinteresse, allo stesso tempo sto provocando una reazione forte – ed ecco la valenza retorica).

Parlare di licenza quando diciamo all’amica che il ragazzo è proprio uno scorfano è forse troppo (un qualcosa tipo «Genoveffa, guarda che è veramente un cesso» stona un pochino con le parole imponenti che l’autore della Rhetorica ad Herennium usa per esemplificare la figura); però, così come scherzosamente possiamo definire “licenza poetica” l’erroraccio che vediamo su Facebook («Bella la licenza poetica che si è preso zio Sempronio scrivendo “quore”!»), allo stesso modo possiamo, con ironia, definire licenza quello scorrere di parole il cui contesto (meno nobile di un’assemblea ateniese, ma vabbè) è, semplicemente, l’aperitivo con Genoveffa durante il quale cerchiamo di farla desistere dalla relazione col Picasso a cui si è affezionata.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una figura retorica.

Parola pubblicata il 24 Agosto 2018

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