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Lillà

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lil-là (o lìl-la)

SignPianta e fiore di lillà; colore tra il rosa e il viola

Dal francese lilas (forma antica lilac), a sua volta dall’arabo līlak, a sua volta dal persiano nīlak, a sua volta dal sanscrito nīla.

Le vacanze di Natale sono quel periodo durante il quale tutti torniamo un po’ bambini. Noi che studiamo fuori facciamo ritorno alle terre natali, e inevitabilmente suoni, sapori e odori di casa vivificano i nostri ricordi d’infanzia facendo sì che sembrino, invece, propri del nostro presente. È successo proprio questo, tra un banchetto interminabile e un altro, quando mi son ricordato di un certo Pinco Panco che, in preda alla sua piromania, dà fuoco a una splendida casetta in Canadà con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà. Da piccolo mi si cantava spesso “Casetta in Canadà”, brano presentato al Festival di Sanremo del 1957, e i luoghi in cui la sentivo me l’hanno fatta risuonare in testa a distanza di anni.

Presa così la parola lillà non ha niente di particolare: indica un fiorellino molto grazioso e il suo colore, a metà strada, più o meno, tra il rosa e il viola. Però se cominciamo a chiederci perché mai qualcuno dica lìlla e qualcun altro lillà, allora la situazione diventa più interessante: la prima pronuncia è frutto della tendenza della lingua italiana ad avere parole piane (accentate sulla penultima sillaba), mentre la seconda, tronca (e quindi accentata sull’ultima sillaba), deriva dal francese (che accenta le parole sull’ultima sillaba) lilas.

Esplorando, poi, scopriamo che nell’antico francese la parola era lilac (come in inglese: lilac), derivante dall’arabo līlak, che a sua volta viene invece dal persiano nīlak. Continuiamo a tornare indietro lungo l’albero genealogico di questo termine e arriviamo, infine, al sanscrito नील, nīla.

Quando si parla di cromonimi – i termini con cui si indicano i nomi dei colori – il discorso è sempre un po’ complesso, perché non si limita alla linguistica, ma si interseca fortemente con l’antropologia e altre scienze umane che cercano di comprendere, per esempio, i meccanismi di percezione e nominazione dei colori. Si son spesi fiumi di parole per parlare del mare purpureo e del cielo di bronzo della poesia greca, ma non meno interessante è la parola di oggi. Si è detto infatti che oggigiorno il termine lillà indica un determinato colore, ma pare che in sanscrito la parola नील, nīla indicasse un colore scuro, tendenzialmente il blu, ma addirittura anche il verde scuro. Spulciando il dizionario, poi, si nota una costante presenza del blu: la parola, infatti, indica anche lo zaffiro (termine che forse trova la propria origine proprio nel sanscrito), il solfato rameico (un composto chimico dal colore blu brillante) e una particolare specie di Boerhavia (una pianta) dai boccioli blu; ma anche una particolare mosca blu, la pianta dell’indaco (il cui nome, che coincidenza, deriva dal latino indicus, ‘indiano’) e la tintura ricavata dalle sue foglie. Proprio per quanto riguarda l’indaco la questione è molto interessante, perché mentre dalle foglie si produce un colore coerente con le altre definizioni della parola in sanscrito (una tonalità di blu tendente verso lo scuro, quindi), il suo fiore è di un colore molto simile a quello che oggi definiamo proprio lillà.

Si potrebbe stare ore a parlarne: come già detto, i cromonimi sono una pagina estremamente affascinante del lessico. Tuttavia la complessità dell’argomento impone di fermarsi, e facciamoci bastare ciò che abbiamo detto, ché per passare dal Sanremo 1957 al solfato rameico, il viaggio dev’essere stato lungo.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una vicinanza fra italiano e sanscrito.

Parola pubblicata il 28 Dicembre 2018

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