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Metamorfosi

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me-ta-mòr-fo-si

SignTrasformazione, passaggio di stato; in zoologia e botanica, evoluzione da uno stadio a un altro

Dal latino metamorphòsis ‘trasformazione’, a sua volta dal greco metamòrphosis ‘trasformazione’, derivato da metamorphòo ‘trasformare’, composto di meta- ‘oltre’ e morphé ‘forma’

Capita che noi Italiani, in pseudo-latino, diciamo: dulcis in fundo. Ora, come il dolce, alla fine del pasto, fa risintonizzare le papille gustative, allo stesso modo questa metamorfosi di oggi non è una figura retorica vera e propria, ma per un paio di motivi possiamo inserirla in questo ciclo di parole. Se poi, tornando al cibo, ricordiamo che primo di mare e tiramisù, in momenti diversi, finiscono comunque nello stomaco, tutto va bene.

Ovviamente, per non tralasciare niente, vediamo i vari significati del termine: intanto la metamorfosi è una trasformazione. Nell’ambito della zoologia indica il mutamento che subisce un animale nei passaggi che lo portano dallo stadio larvale a quello adulto, e in botanica si definisce metamorfosi quella trasformazione delle piante, nel corso della loro evoluzione, per quanto riguarda la loro struttura interna ed esterna. Oggi a noi, però, interessa la metamorfosi dal punto di vista letterario, e soprattutto ci interessano i motivi per cui possiamo inserirla tra anastrofi e tautogrammi.

Forse possiamo dire che le figure retoriche, seppur nella loro vaghezza (come ho detto tante volte, spesso i confini tra una figura e un’altra son sottilissimi, quasi impercettibili), sono schemi vuoti in cui inserire le parole: “le donne, i cavallier, l’arme, gli amori” (primo canto dell’Orlando Furioso di Ariosto) è un chiasmo, ma se sposto un poco le parole non vedo più il chiasmo, solo la metonimia che mi fa associare, per esempio, “l’arme” alle imprese cavalleresche. In sostanza, come può la metamorfosi, che più che figura retorica è un processo narrativo, avvicinarsi a qualcosa del genere? Ecco che ci tocca chiamare in causa (a voce bassa, perché se provassi a pronunciarlo ci farei una brutta figura) Juri K Ščeglov, strutturalista sovietico venuto a mancare qualche anno fa. Ripasso veloce: lo Strutturalismo vede l’oggetto preso in esame (un testo, un dipinto, in questo caso un processo narrativo) come composizione, appunto, delle sue parti strutturali. Oh! Direi che siamo fortunati: Ščeglov ha proprio studiato, sotto la lente dello strutturalismo, l’autore di Metamorfosi per eccellenza, Ovidio, il poeta latino, originario di Sulmona, vissuto a cavallo tra l’avanti Cristo e il dopo Cristo.

Insomma, cosa fa Ovidio (e cosa individua Ščeglov nella narrazione di Ovidio del processo metamorfico)? Tento un esempio pratico: nel primo libro delle sue Metamorfosi, tra le altre, il Sulmonese descrive la trasformazione di Licàone, re d’Arcadia, in lupo (due curiosità: intanto il fatto che esista il licaone come animale, un canide africano; in secondo luogo, il fatto che il nome del re, Lycaon, richiami il termine greco per indicare il lupo, lykos). E come avviene questa metamorfosi? A pensarci sembra un processo complicatissimo, ma Ovidio (e Ščeglov che segue a ruota) sono pronti a smentire ciò: nulla di più semplice! Basta trovare ciò che c’è in comune (in questo caso è la ferocia, peculiarità del lupo come di questo re) e lavorarci intorno. Poi, i vari elementi cambiano da sé: le vesti del sovrano? In villos abeunt (diventano peluria)! E le braccia? In crura (diventano zampe)! La metamorfosi è così semplice e schematica che la continuità è assoluta: dice infatti Ovidio che “canities eadem est, eadem violentia vultus, / idem oculi lucent, eadem feritatis imago est” (‘La brizzolatura è la stessa, uguale è la grinta rabbiosa, uguale il lampo sinistro negli occhi, uguale l’aria feroce’).

È, come varie figure retoriche, uno schema. No, non è una figura retorica, però… trasformando un pochino il nostro punto di vista, con l’aiuto di uno strutturalista sovietico e uno sfortunato gran poeta dell’antichità, possiamo meta-guardare e lanciare oltre il nostro sguardo.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci ha raccontato una figura retorica.

Parola pubblicata il 05 Ottobre 2018

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