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Nominativo

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no-mi-na-tì-vo

SignIn grammatica, caso della declinazione di lingue antiche e moderne che esprime il soggetto del verbo attivo; che contiene nomi; intestato, che specifica il nome del titolare; nel linguaggio burocratico, nome

dal latino nominativus, derivato di nominare 'nominare'.

Ecco, questa è una parola davvero ricca di significati tecnici e comuni, nel bene e nel male. Per trovare il colpo d'occhio che ne domina tutte le articolazioni, possiamo anticipare che è nominativo ciò che nomina - una definizione che descrive un'attitudine molto ampia. Può vivere sia come sostantivo sia come aggettivo.

Chi ha studiato latino, greco, tedesco o altre lingue che attribuiscono ai sostantivi diverse funzioni nella frase declinandoli in casi diversi, conoscerà il nominativo (come sostantivo) nella sua veste grammaticale: è il caso che esprime il soggetto del verbo attivo, l’oggetto dell’azione descritta dal verbo passivo, il predicato nominale o il complemento predicativo del soggetto. Ed è nella forma del nominativo che troviamo i sostantivi nei rispettivi dizionari. Ma questo è un significato tecnico, che non si ripercuote sul nominativo che popola i discorsi comuni.

Più di frequente 'nominativo' è usato come aggettivo, e si dice nominativo ciò che variamente contiene nomi: faccio un elenco nominativo di chi mi deve ancora le quote di un regalo collettivo, nel marchio nominativo di un'impresa permane il titolo dell'antico fondatore, e organizzando il matrimonio facciamo uno schema nominativo di chi siederà a ciascun tavolo. Inoltre, in ambito giuridico, si dà l'attributo di nominativo a quel titolo, conto o strumento specificatamente intestato a chi, solo, potrà esercitare i diritti relativi, portandone l'indicazione del nome: ad esempio le azioni societarie sono titoli nominativi.

Il problema di questa parola è il suo uso nel gergo burocratico, un modello non poi così commendevole, che alligna anche fuor di burocrazia. Qui il nominativo (come sostantivo) è il nome proprio, così chiamato in maniera più artificiosa e apparentemente ricercata senza evidenti vantaggi. Quando l'ufficiale mi chiede il mio nominativo, mi sta chiedendo il mio nome - e non ci sono ragioni sostanziose per cui, invece, non dovrebbe chiedermi direttamente il nome. Ma oggi anche l'azienda che mi deve fare un preventivo mi domanda di lasciare scritto il mio nominativo, e il venditore che mi contatta al telefono m'informa che fra diecimila nominativi sono stato scelto per un'offerta promozionale imperdibile, che fortuna.

L'ennesimo esempio notevole di come il lessico della pubblica amministrazione, anche nei suoi esiti meno felici, sia popolarmente ritenuto prestigioso e da imitare.

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(Burchiello, Nominativi fritti e mappamondi)


Nominativi fritti e mappamondi

e l'Arca di Noè fra duo colonne

cantavan tutti Kyrieleisonne

per la'nfluenza de' taglier mal tondi. […]


E però le testuggine e i tartufi

m'hanno posto l'assedio alle calcagne,

dicendo: “Noi vogliam che tu ti stufi”

e questo sanno tutte le castagne […]


Non avete capito nulla? Bene, rassicuratevi: questo è uno dei primi esempi di non-sense, scritto a Firenze nel 1400.

Il sonetto rispetta le norme di sintassi e metrica, e anche le singole parole sono comprensibili: il nonsense – questa è la trovata geniale – sta nei rapporti tra le parole, che diventano incongrui e imprevedibili.

Così i “nominativi” (termine tecnico ed astratto) vengono fritti come le patatine. E, accompagnati dai mappamondi e dall’Arca di Noè, cantano il Kyrie Eleison, sotto l’influenza di taglieri mal sbozzati. Nel mentre il poeta è vittima dell’inseguimento combinato di testuggini e tartufi, sotto lo sguardo omertoso delle castagne.

L’autore, insomma, sbriglia l’irrazionalità insita nel linguaggio comune. Come se giocasse col pongo, plasma le parole per il gusto di farlo: gli piacciono in sé, non in quanto strumenti per veicolare un significato. Secoli dopo, anche Palazzeschi rivendicherà questa libertà: “Il poeta si diverte / pazzamente / smisuratamente! / Non lo state a insolentire, / lasciatelo divertire”.

E la libertà riguarda non solo il rapporto con le parole, ma anche con le cose. In qualunque oggetto – anche il più banale, o astratto – si può cogliere una scintilla di bizzarria: qualcosa di straordinario che può suscitare riso e meraviglia. Burchiello dunque recupera l’onnipotenza del bambino, che può trasformare ogni cosa con la fantasia, e per il quale ogni angolo è una terra inesplorata.

Certo, c’è anche un’implicita sfida alla cultura dominante. Ai valori umanistici di razionalità, raffinatezza linguistica, idealizzazione della realtà, Burchiello contrappone il caso, il disordine, l’anarchia spensierata. La sua è una poesia dell’entropia.

Palazzeschi, invece, userà il non-sense per denunciare l’inutilità della poesia, in un mondo che ormai guarda altrove. E ancora più tardi il “teatro dell’assurdo” si farà espressione della solitudine, dell’angoscia, e del vuoto esistenziale dell’uomo moderno.

Paradossalmente, quindi, il non-sense può dire tantissimo, proprio non dicendo nulla. Citando Palazzeschi, è “come quando uno si mette a cantare / senza saper le parole.”

Lucia Masetti, dottoranda in studi umanistici all'Università Cattolica di Milano, ogni lunedì apre uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 12 Febbraio 2018

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