Pantofolaio

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pan-to-fo-là-io

SignPersona che ricerca il quieto vivere; chi produce pantofole; scarsamente attivo

etimo incerto.

Capita di rado che un atteggiamento, un'inclinazione personale sia ricondotta a un oggetto. Ma questo è il caso di pantofolaio.

Ora, non si può dare una panoramica certa su quale sia l'etimo di 'pantofola' - la calzatura morbida da casa. Secondo alcuni si tratterebbe del derivato di una voce bizantina, pantóphellos, composta da panto- cioè 'tutto' e phellós 'sughero', descrivendo quindi una scarpa di sughero. Prima della forma definitiva 'pantofola' all'inizio del '500 se ne sono avvicendate altre, come 'pantufola' e 'pantofla'; comunque, voci simili sono comparse prima in francese, il che pare incompatibile con l'ipotesi di una derivazione bizantina (geograficamente, sarebbero dovute passare prima dall'italiano). Quindi restiamo nell'incertezza.

Ad ogni modo, il fatto che la pantofola sia per eccellenza la calzatura da casa ha invitato i significati odierni di 'pantofolaio', sia come sostantivo, sia come aggettivo. Si dice pantofolaio chi ama la vita domestica e non è incline all'avventura. Si trova spesso scritto che il pantofolaio è tale per indolenza o apatia, ma può trattarsi di una semplice inclinazione personale, che non deve essere necessariamente ricondotta a pigrizia e indolenza. Si può essere pantofolai operosi. Similmente, come aggettivo spesso si trova denotato come scarsamente attivo; ma l'inclinazione alla vita domestica non necessariamente disinnesca il progressismo o l'inclinazione all'attività. Certo il pantofolaio non propugna le sue idee in piazza, e tiene alle sue abitudini e al suo benessere, ma questo non vale a ricondurlo all'immobilismo.

Così può dirsi pantofolaio l'amico che ci invita sempre a casa sua e malvolentieri partecipa ad altre feste, pantofolaio il mecenate umbratile che finanzia il bello, ed eminentemente pantofolaio Bilbo Baggins.


- Quando sono a casa non trovo mai le paratoffole -

Alcuni errori sono prevedibili. Ormai ho sentito il verbo “paccare” così tante volte con il significato di “fare le valigie” che rischio di non correggerlo più, tanto so cosa significa. So che quando uno studente dice “penso che Mario vola”, difficilmente Mario sta veramente volando, piuttosto si tratta di un tentativo non riuscito di fare il congiuntivo del verbo volere, “penso che Mario voglia”, quindi. Che noia. Alcuni errori sono così prevedibili e visti così tante volte che vengono corretti quasi con un ringhio. Si dice “lo zaino” e non “il zaino, “pulisco” e non “pulo”, “tedesco” e non “di Germania” (o ancora peggio “di Cermania”). Che rabbia.

A volte però ci sono errori che non posso fare a meno di definire carini. Le “paratoffole”, per esempio, quanto sono invitanti? Non le mettereste subito, invece delle solite, vecchie, sgualcite pantofole? Sembrano quasi più morbide. O quando una mia amica polacca mi ha parlato del suo nuovo “respirapolvere”. Non sembra più bello, divertente e soprattutto, meno rumoroso? Mi fa pensare a un elettrodomestico zen, che toglie la polvere con tecniche yoga. È un vero peccato dover correggere questi errori, magari non saranno parole corrette, ma in qualche modo sembrano giuste.

Ogni tanto mi piacerebbe proporle a un lessicografo, perché finiscano in un dizionario, ma la vicenda di petaloso ci ha insegnato che non funziona così. Non mi resta che segnarmi questi errori carini, in attesa che ne arrivino altri.

Con Chiara Pegoraro, esperta insegnante d'italiano per stranieri, a giovedì alterni affronteremo le questioni più problematiche e divertenti che riguardano l'apprendimento dell'italiano come seconda lingua.

Parola pubblicata il 09 Giugno 2016

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