Polisindeto

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po-li-sìn-de-to

SignCoordinazione di frasi o membri di frasi mediante congiunzioni ricorrenti

dal greco polysýndeton, in analogia con asýndeton, quindi in ambito retorico ‘con molte congiunzioni’, composto da polýs ‘molto’ e syndéo ‘io lego insieme’.

Se da una parte abbiamo l’asindeto, coi suoi mucchietti veloci di frasi e parole, per contrasto, dalla parte opposta, abbiamo il polisindeto, che come da definizione è l’uso ricorrente di congiunzioni nella coordinazione di frasi o loro membri.

Noi, col polisindeto, ci siamo cresciuti. Non posso fare a meno di ricordare quando, da piccolo, insieme ai miei compagni di classe dell’asilo dicevo ogni giorno la solita frase: «E adesso facciamo che io ero il babbo e tu eri la mamma e che lui faceva il figlio e che questa qui era casa nostra e…» tanti altri dettagli su quel sogno di età adulta tra uno strappo nel grembiulino e una discesa dallo scivolo. Ecco, oltre agli interessantissimi imperfetti ludici (e cioè quegli imperfetti indicativi che non fanno riferimento a un passato, ma a situazioni fuori dal tempo, come in questo caso le descrizioni fatte dai bambini delle regole del proprio gioco), qui si vede un ottimo esempio di polisindeto: il Mauro bambino, forse alla ricerca di simmetria perfetta nel proprio discorso, infastidito da quell’unica congiunzione anteposta all’ultimo membro della lista («… facciamo che io ero il babbo, tu la mamma, lui il figlio e questa la casa…») ha deciso di risolvere il problema mettendola dappertutto.

E non è solo cosa da bambini, anzi! Il Sommo Dante, per esempio, vi fa ricorso in diversi luoghi della Commedia, come ad esempio nel canto XXXIII dell'Inferno. Frate Alberigo gli ha appena detto che lì con lui, tra i traditori degli ospiti, c’è Branca Doria. Dante, consapevole del fatto che Branca Doria fosse ancora vivo, gli risponde: «Io credo, […] che tu m’inganni; / ché Branca d’Oria non morì unquanche, / e mangia e bee e dorme e veste panni». Insomma, Branca Doria è ancora vivo, mangia, beve, dorme, lo si vede in giro vestito, ed è per questo che Dante ipotizza (erroneamente) un inganno da parte di Frate Alberigo. Se la velocità dell’asindeto avrebbe, in questo caso, creato immagini momentanee che si susseguono, come i frame di un filmato, il polisindeto invece, rallentando la scena, accosta le scene descritte, creandoci in testa una specie di fotoromanzo.

Ma per quanto questi due esempi siano calzanti e chiari, manca ancora uno dei polisindeti più celebri della letteratura italiana. Pensò il Leopardi: «e mi sovvien l’eterno, / e le morte stagioni, e la presente / e viva, e il suon di lei». I pensieri si rincorrono nella mente del poeta, senza però annullarsi l’un l’altro, anzi, legandosi tutti quanti assieme; e lo stesso fanno nella pagina che leggiamo noi grazie al polisindeto.

Ancora una volta, con questa figura, ci si rende conto dell’universalità delle figure retoriche, ed è così che il polisindeto è congiunzione, come tante altre figure, tra le grandi penne del passato e del presente e le parole quotidiane dei giochi da bambino.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una figura retorica.

Parola pubblicata il 10 Agosto 2018

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