Schermare

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scher-mà-re (io schér-mo)

SignRiparare, difendere; proteggere con uno schermo

derivato di schermo, a sua volta da schermire, che viene dal longobardo skirmjan 'proteggere'.

I passaggi che hanno portato alla nascita di questa parola sono davvero curiosi e inusuali. Infatti è un derivato di 'schermo', che a sua volta deriva dal verbo 'schermire'.
Ora, 'schermire' e 'schermare' non sono proprio sinonimi, ma hanno in comune un nocciolo di significato importante, cioè il proteggere - in quanto discendenti del longobardo skirmjan, da cui nascono anche la scaramuccia, la scherma e la schermaglia. Ciò nonostante, nell'uso hanno preso pieghe piuttosto diverse.

Ciò che stupisce dello schermare - che pure avrebbe un significato così vasto - è che nella stragrande maggioranza dei casi oggi descrive il proteggere (con uno schermo, ma in senso lato) da una radiazione. Certo si può schermare la pianta delicata dalla pioggia battente, ma più comunemente ci si scherma dal sole o si scherma la lampada troppo luminosa, si scherma il locale dove vengono condotti esperimenti su materiali radioattivi e la sala dove si tiene lo scritto del concorso è opportunamente schermata, e schermiamo i circuiti per impedire interferenze.

Un esito sorprendente, ma che comunque non deve limitarci nell'uso di questo verbo - che proprio evocando la frapposizione di uno schermo, di un diaframma, si rivela eccezionalmente forte.
Posso schermare il mio astio con una galante cortesia, schermo i familiari da premure ulteriori risolvendo per conto mio il problema che è saltato fuori, e l'autorevole presentazione della tesi la scherma da critiche di bassa lega.

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(Dante, Purgatorio VI, vv. 149-151)


Quante volte, del tempo che rimembre,

legge, moneta, officio e costume

hai tu mutato e rinovate membre!


E se ben ti ricordi e vedi lume,

vedrai te somigliante a quella inferma

che non può trovar posa in su le piume,


ma con dar volta suo dolore scherma.


Eccoci alla più famosa invettiva politica della Commedia. Dante osserva che l’Italia (e in particolare Firenze) continua a cambiare governo, leggi, schieramenti politici. È sempre irrequieta e sempre inconcludente. È come un’inferma, che si rivolta continuamente nel letto nell’illusione di calmare il dolore.

questa similitudine fa trasparire tutta l’irata pietà dell’autore per la sua terra, tanto amata e tanto odiata. Ma qual è l’origine della sua “malattia” politica? La risposta di Dante è chiara: anziché valorizzare ciò che li unisce, gli italiani si preoccupano solo di ciò che li divide; perciò non riescono a costruire nulla di durevole.

L’autore stesso, del resto, ha provato sulla sua pelle le conseguenze degli odi di parte (la guerra, poi l’esilio). E come lui le hanno provate tanti italiani dei nostri giorni, durante la seconda guerra mondiale e il Sessantotto. Oggi, per lo meno, non ci si uccide più; in compenso battibecchi e rivalità si moltiplicano. Così lo scopo primario resta sempre non il bene del paese, ma il male dell’avversario.

C’è poi un’altra osservazione interessante: quante volte, per reagire ad un malessere, ci limitiamo a cambiare posizione? Ci sembra che le cose vadano sempre meglio dalla parte opposta alla nostra.

Il sociologo Bauman notava, a questo proposito, che la società oscilla continuamente dalla ricerca della stabilità a quella della libertà. Dopo la prima guerra mondiale si sentiva il bisogno di una guida forte, ed è arrivato Mussolini; dopo la seconda, invece, si è affermato un prepotente desiderio di libertà. Adesso, forse, ci stiamo riavvicinando al polo opposto. In pratica, non si apprezza mai ciò che si ha.

E questo vale anche, ovviamente, sul piano individuale. Quante delle nostre decisioni sono, in fondo, una fuga impossibile da noi stessi? Insomma, la similitudine di Dante è feconda di applicazioni, anche al di là delle sue intenzioni.

Con Lucia Masetti, giovanissima laureanda in filologia moderna, ogni lunedì apriremo uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 30 Gennaio 2017

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