Simploche

  • 46

sìm-plo-che

SignFigura retorica che consiste nell’applicazione allo stesso segmento di testo di anafora ed epifora

dal greco symplokè ‘intreccio’.

A pensarci attentamente, ci si rende conto che ci sono due motivi principali per cui le persone finiscono per innamorarsi della poesia: o in essa fuggono, cercandovi cose che nella vita reale non possono trovare, oppure si accorgono che è specchio della loro vita e si riconoscono in essa. Quelli che leggono i versi con questi ultimi occhi ben presto si rendono conto che, così come nella vita di tutti i giorni, anche nella poesia l’equilibrio – talvolta nascosto e riconoscibile solo dagli occhi più esperti – è un cemento indispensabile per edificare una struttura solida e resistente. Questo equilibrio spesso si esplica nei parallelismi, che se a volte risultano semplici e chiari, altre invece si ingarbugliano tra loro. Abbiamo visto nelle settimane precedenti l’anafora e l’epifora: quando esse s’incontrano danno luogo a una speciale danza di parole e rimandi, il cui nome è simploche.

Figlia delle altre due figure di ripetizione, essa consiste appunto nel riproporre elementi paralleli tra loro all’inizio dei segmenti di testo e altri elementi, sempre paralleli tra loro, alla fine. I manuali di retorica, considerato l’ingarbugliamento mentale e di parole – non a caso la parola deriva dal verbo symplèko, ovverosia ‘intrecciare insieme’ – che deriva da una definizione del genere, son soliti proporre la simploche, nella teoria, con Questo schema che ne rende chiara la configurazione: /x…y/x…y/, in cui è possibile vedere a colpo d’occhio dove viene creato il parallelismo. Tuttavia la figura retorica risulta più comprensibile, come sempre, con l’uso di un esempio: Quis eos postulavit? Appius. Quis produxit? Appius. Unde? Ab Appio. ‘Chi li ha citati in giudizio? Appio. Chi li ha portati? Appio. Da dove? Da casa di Appio.’ Questo dice Cicerone, il grande retore e oratore della Roma del I sec. a.C. nella pro Milone, discorso giudiziario a favore di Tito Annio Milone. Ma non si tratta di un esempio interessante per l’importanza che la ripetizione ha nell’oratoria (questa è infatti una cosa detta e ridetta quando si è parlato di anafora e di epifora): con questa citazione vediamo un parallelismo non solo nelle parole (Quis…Appius) ma anche nella sintassi. Infatti tutte e tre le frasi sono delle proposizioni interrogative dirette semplici, e a tutte e tre corrisponde una risposta che è sempre il nome proprio Appius declinato due volte al nominativo come soggetto e una volta all’ablativo come complemento di moto da luogo. Ciò ci fa capire che non si ripete solo il corpo di un testo, la sua forma, ciò che appare esteriormente, ma anche il suo scheletro, che è la sintassi.

Infine, con un salto temporale di circa diciotto secoli passiamo velocemente all’ultima strofa di Notte di vento, parte della raccolta di poesie Myricae del decadente Pascoli: “Oh! Solo nell’ombra che porta / quei gridi…. (chi passa laggiù?) / Oh! Solo nell’ombra già morta / per sempre… (chi batte alla porta?) / uuh…. uuuh…. uuuh….” Questo esempio è stato scelto perché strutturalmente molto simile, quasi speculare, a quello tratto dalla pro Milone ciceroniana: Pascoli infatti ha creato la simploche sfruttando la ripetizione sintattica di un’interrogativa diretta semplice, che però in Questo caso non rappresenta l’anafora (creata dalla ripetizione della frase “Oh! Solo nell’ombra…”), ma l’epifora tra parentesi. Dal punto di vista stilistico si possono inoltre notare, a parte il parallelismo della figura retorica che abbiamo oggi esaminato insieme, anche la costante ripetizione del suono della vocale “o” – suono gutturale che ben si lega all’atmosfera del componimento – e l’uso dell’onomatopea, tipico dell’autore.

In questi ultimi tre appuntamenti ci siamo presentati ad anafora, epifora e simploche, figure di ripetizione, e grazie a esse abbiamo capito davvero quanto la ripetizione (stigmatizzata nella prosa, a vantaggio della ricerca di miriadi di sinonimi sempre diversi) sia importante, tanto nella letteratura quanto nella vita quotidiana per via dei suoi effetti e delle sue potenzialità retoriche, e abbiamo anche capito quanto a volte essa possa essere velata e non immediatamente riconoscibile. Per tutti coloro che si sono ritrovati a provare un particolare interesse per quest’ultima tipologia di parallelismo, propongo la lettura della Laude VI (De la guarda de sentimenti) di Jacopone da Todi – importantissimo autore medievale di laudi religiose – in cui la simploche si insegue, insieme con l’uso della rima interna, per tutto il componimento.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una figura retorica.

Parola pubblicata il 25 Agosto 2017

Commenti

Per lasciare un commento devi essere registrato al sito! Fai login o Iscriviti adesso!

acquisti consigliati

Ricevi la parola del giornoRicevi la parola del giorno

Registrati al sito per ricevere la parola del giorno via email, lasciare commenti sul sito e ricordarti le tue parole preferite!

Inizia subito!

E' il momento giusto per iscriverti, bastano 60 secondi!

Privacy Policy

» Sono già registrato