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Svarabhakti

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sva-ra-bhà-kti

SignInserzione di una vocale tra due consonanti

dal sanscrito स्वरभक्ति (svarabhakti) ‘separazione tramite vocale’, composto da स्वर (svara) ‘vocale’ e भक्ति (bhakti) ‘separazione’.

Quando il nostro corpo fa le bizze, a volte ci vengono gli spasmi muscolari (o spasimi?); quando, dopo anni di catechismo, arriviamo al gran giorno, facciamo la cresima (ma quest’ultima ci viene amministrata per mezzo del crisma); leggendo poesie a scuola, magari ci capita di trovar scritto medesmo (e poi nella nota a piè di pagina ci viene detto che quella parola sta per medesimo). Il fenomeno che avviene in questi casi è sempre lo stesso: abbiamo una determinata parola (il latino spasmus, da cui derivano spasmo e spasimo; il latino tardo chrisma, da cui derivano crisma e cresima; il francese antico medesme, da cui derivano medesmo e medesimo) nella quale si ha un nesso consonantico che viene eliminato attraverso l’inserzione di una vocale (in questi casi rispettivamente -sm- e -i-). Questo fenomeno viene a volte chiamato epentesi vocalica; quando si vuol essere più specifici, anaptissi; quando si vuole fare un passo in più, lo si chiama con un termine che deriva, come tanti altri della linguistica, dal sanscrito: स्वरभक्ति, svarabhakti (una nota: è sporadicamente attestata la grafia svarabacti, ma è decisamente più comune la traslitterazione svarabhakti).

Il termine mette un po’ paura, a sentirlo per la prima volta, ma se analizzato con attenzione è ialino: स्वर svara, vocale, e भक्ति bhakti, separazione>separare. In italiano ci si deve girare un po’ intorno e tradurlo “separazione tramite vocale”, mentre in inglese basta un calco linguistico e si può dire tranquillamente “vowel-separation”. Il motivo per cui non si può tradurre direttamente con “anaptissi”, il termine citato poco fa, è questione di minuzie: in sanscrito, infatti, il termine svarabhakti non indicava esattamente ciò che indica anaptissi, bensì una separazione tramite vocale (e fin qui tutto uguale) inserita però necessariamente tra una y oppure una l e un’altra consonante: di conseguenza, quando traduciamo il termine sanscrito non possiamo usare anaptissi (che indica l’inserzione di una vocale tra due consonanti qualsiasi), ma nell’ambito della linguistica moderna sono interscambiabili.

Gli esempi, però, non sono solo quelli da manuale (a cui aggiungo, per completare l’elenco dei sacramenti, il latino baptismum da cui deriva l’italiano battesimo): lo svarabhakti entra spesso in gioco nel parlato per correggere quei nessi consonantici percepiti come difficili da pronunciare. Quasi tutti, almeno qui in Sardegna, abbiamo avuto quella professoressa di matematica che (soprattutto se non fresca di laurea) chiamava “icchisi” la x: qui non solo c’è lo svarabhakti, ma anche l’epitesi, e cioè l’aggiunta di un fonema in fine di parola; oppure ancora, penso che tutti conosciamo almeno una persona che dice “pissicologo” anziché “psicologo”. Lo svarabhakti, quindi, pur non essendo più produttivo (e cioè non contribuendo all’espansione del lessico), è comunque ancora attivo nella lingua parlata per sistemare nessi che, magari perché poco usuali in italiano, attorcigliano la lingua di tanti.

Abbiamo quindi queste vocali che spuntano come il prezzemolo tra le consonanti, e c’è ancora una cosa simpatica da aggiungere: la parola prezzemolo, che si usa tipicamente per indicare, per l’appunto, ciò che spunta da qualche parte ed è sempre in mezzo, deriverebbe dalla forma non attestata pretosemulum, che ha subito l’opposto dello svarabhakti, (la sincope), ovverosia la caduta – e non inserzione – di parti interne.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una vicinanza fra italiano e sanscrito.

Parola pubblicata il 28 Giugno 2019

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