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Tautogramma

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tau-to-gràm-ma

SignFrase o componimento composto di parole comincianti tutte con la stessa lettera

dal greco tautó, crasi di tò autó ‘lo stesso’, e grámma ‘lettera’, perciò ‘lettera identica’.

La definizione da manuale, quella della Treccani, è quella di sopra: «frase o componimento composto di parole comincianti tutte con la stessa lettera». Certo, chiara; tuttavia, molto più interessante e, soprattutto, esemplificativa, è quella che dà Walter Lazzarin, giovane padovano autore di, in mezzo a tutto il resto, Ventuno vicende vagamente vergognose: «composizione costruita con componenti che cominciano, categoricamente, con caratteri coincidenti». Sì, è proprio un tautogramma che si racconta.

Un’allitterazione esasperata, insomma. Starete pensando: «mica è roba da tutti i giorni!», e io vi rispondo: mica avete torto! Se chiedete le indicazioni a qualcuno, difficilmente vi risponderà con un tautogramma (ve lo immaginate? «Va’, veloce, verso via Venti»), a meno che non siate in una fiaba e il vostro interlocutore sia un folletto cantilenante. Perché, allora, il tautogramma? Facile: perché a volte ci si vuole divertire, e il tautogramma è proprio un gioco.

Diffuso nel Medioevo, questo passatempo è stato l’esercizietto prediletto da tanti autori (il più conosciuto, forse, è la Pugna Porcorum, «Battaglia dei porci», composto di parole inizianti tutte, ma proprio tutte, con la lettera «P». Il Monaco domenicano Johannes Leo Placentius (vero nome del tautogrammatico P. Porcius) aprì così, nel 1530, il testo: Plaudite, porcelli, porcorum pigra propago!, «Gioite, porcelli: tramando dei porci le gesta indolenti». I più coraggiosi vadano a leggere tutti i 250 versi – ne vale la pena; i meno audaci, invece, possono dedicarsi a tautogrammi in italiano, come quello di Luigi Groto, poeta e drammaturgo italiano del XVI secolo, dedicato a una certa Deidamia – ed essendo Deidamia il nome, non poteva che essere un tautogramma con la «D»: «Donna da Dio discesa, don divino, / Deidamia, donde duol dolce deriva, / Debboti donna dir, debbo dir diva, / Dotta, discreta, degna di domino?» Le altre tre strofe son facilmente reperibili in rete, e altrettanto facilmente godibili.

Più vicino a noi temporalmente, anche Umberto Eco ha scritto un tautogramma abbastanza conosciuto che inizia così: «Povero papà (Peppe), palesemente provato penuria, prende prestito polveroso pezzo pino poi, perfettamente preparatolo, pressatolo, pialla pialla, progetta, prefabbricane pagliaccetto». Il titolo è Povero Pinocchio, e come è chiaro racconta la storia del «pagliaccetto» usando solo parole inizianti per «P». Un capolavoro.

Lo so, lo so, questo gioiellino, giocosa gemma, giada gioiosa della letteratura, è decisamente poco adatto alle chiacchiere da bar e ai discorsetti sull’autobus. Non dimentichiamoci, però, che anche noi, chiacchieratori al bar e discorseggiatori sull’autobus, pur non essendo autori medievali che si dedicano a esercizi di stile, possiamo comunque giocare con le parole e darci ai tautogrammi – o meglio, a «composizioni costruite con componenti che cominciano, categoricamente, con caratteri coincidenti».

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una figura retorica.

Parola pubblicata il 20 Aprile 2018

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