Tmesi

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tmè-si

SignFigura retorica che consiste nella separazione delle parti di un’unica parola o di un gruppo inscindibile di parole e successiva interposizione di altri elementi

dal greco tmesi ‘taglio’.

Un bel giorno Morfema, la fatina della linguistica, ha preso due mattoncini (magico + mente) e ne ha tirato fuori un avverbio solo: magicamente. Ha insegnato poi questo trucco all’uomo e, poco a poco, ci siamo ritrovati a fare lo slalom tra apericene e otorinolaringoiatri. Non so se sia andata davvero così, ma di sicuro le parole, oltre che cucirle, possiamo anche tagliuzzarle.

Ma come si fa a dividere una parola? Partendo da molto lontano, ci sono tre tipi di tmesi che possiamo individuare.

In primis è necessario un veloce riferimento alle lingue classiche, nelle quali la tmesi è frequentissima (soprattutto nelle fasi più antiche). In esse la tmesi si manifesta principalmente con la separazione di preverbo e verbo: un esempio è la formula di alcune preghiere sub vos placo, che non è altro se non la forma con tmesi di vos supplico (‘supplico voi’). Bisogna però stare attenti, perché non è tutto tmesi quel che luccica: specialmente nei testi più arcaici quelle che sembrano tmesi sono in realtà forme nelle quali non vi era ancora stata la fusione tra preverbo e verbo, e queste forme (insieme con la tmesi, loro riverbero nei tempi successivi) sono la prova di un tempo in cui la composizione era ancora lontana dalle regole ferree che sarebbero arrivate poi.

Tanti e tanti anni dopo, nel Novellino (l’anonima raccolta di novelle del XIII secolo), possiamo imbatterci in espressioni particolarissime di natura avverbiale: in alcuni casi, quando l’autore (o gli autori) della novella sentivano l’esigenza di ricorrere a due avverbi, avevano la possibilità di usare il suffisso -mente solo nel secondo di essi, e così leggiamo cose come “umile e dolcemente” (umilmente e dolcemente).

La forma di quest’ultimo esempio è sempre stata fortemente condannata dai grammatici, e per questo non ha più trovato riscontro nella lingua. Proseguendo il viaggio nel tempo però, con un salto di circa sei secoli possiamo vedere Giuseppe Parini, poeta lombardo del XVIII secolo, che scrivendo Il Mattino, prima parte del suo poemetto Il Giorno, genera la frase “Né i mesti de la Dea Pallade studi / ti son meno odiosi […]”: in tmesi sono i mesti studi, e tra aggettivo e sostantivo è stato interposto il complemento di specificazione de la Dea Pallade.

Altro esempio tratto dalla poesia italiana ce lo regala Pascoli, che nella sua raccolta Myricae ripesca dal passato quegli avverbi amputati del suffisso: “Io mi ritrovo a piangere infinita- / mente”, dice. Bisogna notare però che qui il taglio divide radice e suffisso in due versi separati.

Come si è visto nella nostra lingua la tmesi non è un meccanismo proprio della parlata di tutti i giorni, anzi: contribuisce a velare i testi di un’aura di artificiosità, niente di quotidiano dunque. Eppure nello Spagnolo proprio quella costruzione tanto condannata dai grammatici italiani è oggigiorno comunissima: clara y concisamente, chiaramente e concisamente eccola qui, la storia della tmesi, che non fa altro che ricordarci che siamo sarti con forbici, ago e filo nel bell’atelier del discorso.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una figura retorica.

Parola pubblicata il 26 Gennaio 2018

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