Unicorno

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u-ni-còr-no

SignAnimale favoloso, solitamente figurato come un cavallo munito di un corno

dal latino tardo unicornus, per un precedente unicornuus o unicornis, composto di uni- 'uno' e cornu 'corno'.

Una parola costruita con una semplicità disarmante, ma su cui convergono da millenni i più scatenati immaginarii, e a cui sono stati ricollegati differenti significati simbolici.

La troviamo già in latino, aggettivo e sostantivo, ora normale riferimento ad animali muniti d'un solo corno (per conformazione o accidente), ora nome di una creatura leggendaria, composta (a seconda del racconto) dai profili d'animale più disparati ma essenzialmente munita di un corno singolo. Com'è che proluda questa eco leggendaria è ampiamente dibattuto: che sia frutto di lunghe distorsioni o rivisitazioni di originali osservazioni di animali veri con un corno solo (secondo alcuni addirittura retaggi preistorici), che scaturisca dalle antiche raffigurazioni dell'orice araba, antilope che vista di profilo pare avere un solo corno, che sia un semplice pastiche di elementi animali divenuto leggendario non è dato sapere in maniera univoca. Le fonti che concorrono al mito non hanno un facile perimetro.

Però abbiamo delle idee piuttosto precise sull'evoluzione dei valori simbolici che l'unicorno - presa la veste definitiva del cavallo cornuto - ha avuto negli ultimi secoli, e con cui ricorre nei nostri discorsi: dalla creatura nobile, di forza indomita e violenta, di sovrana purezza e sottile sensualità della letteratura cortese (ammansita solo da fanciulle parimenti pure), diventa un intenso simbolo di unicità, di diversità. L'unicorno prende così il profilo della bellezza fragile e rara (leggiamo le poesie di un unicorno), di una libertà irriducibile che non dà conto (vivo le mie scelte col respiro dell'unicorno), di incomparabile straordinarietà (la sua invenzione è un unicorno), fino all'inesistente, chimerico e ingenuo (questa ricerca è una caccia all'unicorno).

Non è un simbolo semplice, pur se modernamente ha perso ambiguità in favore di associazioni tutte positive, anche forti di un immaginario infantile. Ma lo padroneggiamo con naturalezza e fantasia, e resta una delle bestie immaginarie più importanti della nostra mente.

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(Marco Polo, Il Milione)


Elli hanno […] unicorni, che non son minori d'elefanti; [….] nel mezzo de la fronte hanno un corno grosso e nero. […] Lo capo hanno come di cinghiaro, la testa porta[no] tuttavia inchinata verso la terra […] Ella è molto laida bestia, e non è, come si dice di qua, ch'ella si lasci prendere da la pulzella, ma è il contrario.


Sul finire del 1200 si va ormai affermando la borghesia, di cui Marco Polo è un singolare rappresentante.

A vent’anni appena arriva in Cina, al seguito di uno zio mercante. Riesce a guadagnare la fiducia del Gran Khan, e per lui svolge parecchi incarichi in giro per l’impero, prima di rientrare a Venezia. E forse di tutto ciò non avremmo mai saputo nulla, se il poverino non fosse stato poi imprigionato a Genova. Finisce così per raccontare le sue avventure al compagno di cella, che guarda caso è uno scrittore (di prosa francese, perciò la prima stesura è in questa lingua). Vien quasi da pensare che i genovesi l’abbiano fatto apposta.

Lo stile è come ce lo si aspetterebbe da un mercante: sobrio, pratico, preciso. Le narrazioni precedenti dipingevano l’Oriente come un luogo favoloso, dalle caratteristiche più strampalate. Marco Polo invece descrive semplicemente ciò che vede, come un cronista o uno scienziato ante litteram.

In effetti Primo Levi, sei secoli più tardi, vedrà rappresentate in lui alcune delle caratteristiche più positive dell’Occidente moderno: la curiosità, il gusto per il viaggio, il desiderio di far progredire la conoscenza nonostante le difficoltà.

Nello stesso tempo, però, Polo resta un uomo del suo tempo, immerso nella cultura cortese. Perciò il suo racconto ha quel sapore meraviglioso e un po’ ingenuo, che ce lo rende così affascinante. Del resto nessuna descrizione è realmente neutra: conoscere il nuovo significa metterlo in relazione alle informazioni già acquisite. Perciò, quando Polo vede un animale con un corno in fronte, lo etichetta naturalmente come “unicorno”.

Non si tratta, però, di un dolce cavallino bianco: più che altro sembra un incrocio tra un elefante e un cinghiale. E non è proprio il caso - suggerisce l’autore con un tocco di umorismo nero - di farlo avvicinare da una fanciulla, a meno che non la si voglia incornata.

Beh, complimenti signor Polo: nome a parte, è proprio un’accurata descrizione del rinoceronte.

Lucia Masetti, dottoranda in studi umanistici all'Università Cattolica di Milano, ogni lunedì apre uno scorcio letterario sulla parola del giorno.

Parola pubblicata il 15 Gennaio 2018

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