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Zucchero

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zùc-che-ro

SignSostanza cristallina, bianca e dolce, che si estrae dalla barbabietola o dalla canna da zucchero, usata per dolcificare cibi e bevande

dal latino saccharum, a sua volta dal greco σάκχαρον (sakkharon), dall’ arabo (as)sokkar, dal persiano shakar, dal pali sakkharā, dal sanscrito शर्करा (śarkarā), ‘sabbia, ciottoli, zucchero’.

Una categoria di parole che trovo molto interessante è quella delle parole legate al cibo, non solo per la mia golosità legata ai sapori, ma anche per quella legata alla lingua – d’altronde, che ci siano di mezzo papille gustative o fonemi, sempre di lingua si tratta. Molte parole da mangiare hanno, infatti, una storia particolarmente affascinante: cioccolato, avocado, patata sono solo alcuni esempi.

Altro termine da aggiungere alla lista è zucchero. Di canna, grezzo, semolato, a velo (ma anche muscovado, demerara, brown sugar e altri): sono tutti tipi di zucchero che, almeno in italiano, condividono un iperonimo – zucchero, appunto – le cui radici toccano suoli ben più lontani di quelli del supermercato all’angolo.

La parola zucchero deriva dal latino saccharon, traslitterazione del greco σάκχαρον (sakkharon), indicante un distillato dolce estratto dalle giunture della canna di bambù (breve e veloce deviazione: direttamente da saccharon, senza la trafila popolare che porta a zucchero, viene il prefisso saccaro-, che indica, nei composti tecnico-scientifici, un legame con lo zucchero). Passo indietro fino all’arabo (as)sokkar e al persiano shakar, quindi il pali sakkharā e finalmente il sanscrito शर्करा (śarkarā), che indicava originariamente la sabbia o i ciottoli – cosa interessante: anche i calcoli biliari.

Ma come ci spieghiamo tutti questi giri? Sembrerebbe che l’origine della canna da zucchero sia da cercarsi in Polinesia, da cui sarebbe poi stata portata in India e in Cina. I Persiani, dunque, ne portarono l’uso, attraversando l’Asia, nel Medio Oriente. Da lì, seguirne le tracce è semplice: gli Arabi, dalla seconda metà del VII secolo, cominciarono a diffondere la canna da zucchero, e grazie ai continui scambi di allora il suo uso arrivò a essere noto in Europa occidentale. Ovviamente, almeno all’inizio, l’uso dello zucchero era raro: si trattava di una novità, qualcosa di sconosciuto e, di conseguenza, anche molto costoso. Bisogna fare un salto di qualche secolo per arrivare alla conquista dell’America e alla diffusione nell’America centromeridionale dello zucchero: gli scambi con quelle terre erano più economici – per svariati motivi, tra cui la manodopera molto meno onerosa in termini di spese – ed è da allora che lo zucchero cominciò a diventare un bene meno di lusso e sempre più quotidiano.

Ecco di cosa parlavo all’inizio: la magia delle parole da mangiare. Fino a poco fa lo zucchero era un qualcosa di banale e quotidiano da trasferire, quasi meccanicamente, dalla zuccheriera alla colazione (per me, un cucchiaino e mezzo nel caffè, uno nel ginseng, zero nel latte e due nel tè – ma solo in quello nero). Ora invece, forse, nessuno di noi riuscirà più a prendere un sorso di espresso senza volare, invisibilmente e all’improvviso, in India, sorvolando il Medio Oriente, le conquiste arabe nel Meridione italiano e l’America del sud.

Mauro Aresu, giovane studente di Lettere classiche, a venerdì alterni ci racconta una vicinanza fra italiano e sanscrito.

Parola pubblicata il 11 Gennaio 2019

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