Avviluppare

av-vi-lup-pà-re (io av-vi-lùp-po)

Significato Avvolgere in qualcosa; aggrovigliare, imbrogliare

Etimologia etimo incerto. Forse dal latino faluppa ‘paglia minuta, ramoscelli’, incrociato con vòlvere ‘far girare’; forse da un antico nome del convolvolo (ipoteticamente volùtulus), derivato di vòlvere.

Il modo in cui le parole si trasformano può essere lento, sottile e curioso. Dell’avviluppare è bello notare come si sia progressivamente ordinato, negli equilibri dei suoi significati.

È un verbo che si fa notare, ampio e sonoro, vibrante. Ha origine naturalmente nel viluppo, di cui è un composto parasintetico (cioè un composto che aggiunge a un tempo un prefisso e un suffisso verbale, a- e -are). Ora, il viluppo è un gruppo intricato di fili, tralci e simili: si può parlare del viluppo di cavi sotto alla televisione, del viluppo di rami che si è stretto al cancello, del viluppo di capelli che ci vediamo in capo allo specchio dopo una giornata poco tranquilla. Ma quale sia l’origine del viluppo è dibattuta.

Una tesi più classica lo vuole derivato del latino tardo faluppa che descrive minuterie di paglia e ramoscelli (da cui anche l’italiano faloppa), incrociato con un derivato di vòlvere: dal punto di vista del significato, il senso della ricostruzione è trasparente — ma non convince tutti gli studiosi. C’è chi ha avanzato una derivazione da un antico nome (ricostruito) del vilucchio, del convolvolo o di analoghe piante, ipotizzabile come volùtulus, che scaturirebbe dal solito verbo vòlvere, cioè ‘volgere, far girare’. Dopotutto, non è strano pensare che siano proprio i movimenti di circumnutazione dei tralci di certe piante rampicanti, attraverso cui si legano ai sostegni che riescono ad allacciare, ad aver suggerito il concetto stesso del viluppo, e a valle l’azione dell’avviluppare.

Nel primo Trecento l’avviluppare si presenta come un intricare caotico, un imbrogliare confuso, e con qualche decennio di ritardo emerge come un avvolgere che copre (il profilo con cui lo usiamo più spesso oggi). Ma progressivamente il primo significato perde terreno in favore del secondo: è meno consueto dire che in assoluto i fili delle cuffie sono avviluppati; piuttosto diciamo a che cosa si avviluppano, o che cosa avviluppano — altrimenti li diciamo aggrovigliati. Io mi avviluppo in una coperta, avviluppo il vaso nel pluriball sperando che non si rompa, le fiamme avviluppano all’improvviso il ciocco di legno poggiato sulla brace.

Il convolvolo resta come matrice dell’azione, mostrando il suo ordine sottile. Non crea intrichi scervellati, mucchi senza senso: le sue circonvoluzioni sono naturali e perciò con dinamiche e fini di grande precisione. Così l’avviluppare che avvolge coprendo può essere arruffato sì, ma mai più di quanto sia funzionale, e anzi, c’è una certa finezza, una certa pulizia. La geometria della fiamma, l’imballo del vaso, l’abbraccio della lana non aggroppano confusamente. Legano con forza esatta, come sa chi abbia dovuto disviticchiare un convolvolo.

È per questo immaginario umile e vicino, che si saggia con le mani, che l’avviluppare pur essendo un verbo elevato vive in modo franco e diffuso nei nostri discorsi. Sappiamo che cosa ci fa sentire, quando diciamo che il sonno ci ha avviluppato, o di aver avviluppato qualcuno in un abbraccio, o della mano del neonato che ci avviluppa il dito.

Illustrazione di Celina Elmi.

Parola pubblicata il 10 Ottobre 2020

Parole illustrate - con Celina Elmi

Alcune delle più fascinose fra le nostre parole, con incastonate illustrazioni ammalianti di gusto liberty, gotico, preraffaellita. Dall'arte di Celina Elmi, artista professionista delle nostre terre.