Etimologia dal latino prohibère, cioè ‘tenere lontano, trattenere, impedire, vietare’, derivato da habere, ‘avere, tenere’, ma anche ‘trovarsi’, col prefisso pro- ‘davanti’.
Siamo davanti ad un verbo che ha un significato molto pulito, dritto, acuto. Approfondire ciò che usiamo con scontatezza permette riflessioni diverse e interessanti, soprattutto quando messo a confronto con i suoi sinonimi. Partiamo dall’etimologia; il verbo proibire compare in italiano nel XIV secolo e ha origine latina: deriva da prohibère che ha per significato 'tenere lontano, trattenere, impedire, vietare' ma anche 'difendere, proteggere'.
Prohibère è a sua volta derivato dal verbo habere, ovvero 'avere, tenere', preceduto da pro-, un prefisso che dà sfumature spaziali, col significato di 'davanti, di fronte'. Perciò, seguendo questo filo, proibire dovrebbe essere, alla lettera un ‘avere di fronte’, ‘tenere di fronte’. E però non è propriamente così: uno dei vari significati di habere, infatti, è anche trovarsi, stare. Ne vediamo le conseguenze nel francese il y a e nello spagnolo hay: entrambi significano ‘c’è’. Ecco che pro-habere, allora, diventa lo stare davanti, lo star di fronte e, quindi, anche frapporsi, ostacolare, impedire.
È già un bel viaggio questo. Ma non finisce qui. Pensiamo un attimo all’uso che facciamo del verbo proibire e mettiamolo a confronto con vietare e interdire: il primo deriva da vetare, porre il veto, opporsi, impedire. Già da qui notiamo un contesto formale, quasi giuridico: il veto è un no ufficiale, emesso da un collegio, da un’assemblea, dal senato. Il veto ha la forza di una legge, è la dura lex che impedisce, ad esempio, di andare col cinquantino in autostrada, di consumare cibi e bevande nei luoghi di culto, di scaricare le immondizie senza regole: vietato fumare, vietato sostare, accesso vietato ai non addetti ai lavori.
Pure interdire, provenendo dal latino interdìcere (composto di inter e dìcere, ovvero ‘fra’ e ‘dire’), e passando per il francese interdir, è vietare, ma anche ordinare, comandare, decretare. Ha le stesse sfumature giuridiche di vietare, ma se questo è un verbo da passo carrabile, da strada, da cartello affisso sulla via pubblica, interdire lo troviamo tra le carte nei faldoni dei tribunali, nei codici giuridici, nelle sentenze. È più paludato, azzimato, compreso nel suo ruolo.
Proibire si discosta dai suoi due sinonimi grazie al velo di fascinazione di cui si ammanta e al fondo di curiosità di cui è avvolto, come in una nuvola di profumo: non c’è qualcosa di scritto che proibisca questo o quello, è più un giudizio morale, un senso comune, una tradizione, un costume, un tabù a dire che cosa è o non è proibito. Ciò che è proibito spesso esercita un’attrattiva irresistibile, ci chiama come un canto di sirena. Ecco perché l’amore tra i rampolli di due famiglie rivali non è vietato, mica i parenti chiamano il carro attrezzi per spostarli; non è interdetto, mica c’è un decreto che ne stabilisce l’incapacità di intendere e di volere. La passione di quei due giovani è proibita! Il piacere di una Torta della Foresta Nera a due giorni dall’inizio della dieta è estremamente proibito, toccare la panciotta morbida del gatto grasso è proibito. Almeno secondo lui.
Siamo davanti ad un verbo che ha un significato molto pulito, dritto, acuto. Approfondire ciò che usiamo con scontatezza permette riflessioni diverse e interessanti, soprattutto quando messo a confronto con i suoi sinonimi.
Partiamo dall’etimologia; il verbo proibire compare in italiano nel XIV secolo e ha origine latina: deriva da prohibère che ha per significato 'tenere lontano, trattenere, impedire, vietare' ma anche 'difendere, proteggere'.
Prohibère è a sua volta derivato dal verbo habere, ovvero 'avere, tenere', preceduto da pro-, un prefisso che dà sfumature spaziali, col significato di 'davanti, di fronte'. Perciò, seguendo questo filo, proibire dovrebbe essere, alla lettera un ‘avere di fronte’, ‘tenere di fronte’. E però non è propriamente così: uno dei vari significati di habere, infatti, è anche trovarsi, stare. Ne vediamo le conseguenze nel francese il y a e nello spagnolo hay: entrambi significano ‘c’è’. Ecco che pro-habere, allora, diventa lo stare davanti, lo star di fronte e, quindi, anche frapporsi, ostacolare, impedire.
È già un bel viaggio questo. Ma non finisce qui. Pensiamo un attimo all’uso che facciamo del verbo proibire e mettiamolo a confronto con vietare e interdire: il primo deriva da vetare, porre il veto, opporsi, impedire. Già da qui notiamo un contesto formale, quasi giuridico: il veto è un no ufficiale, emesso da un collegio, da un’assemblea, dal senato. Il veto ha la forza di una legge, è la dura lex che impedisce, ad esempio, di andare col cinquantino in autostrada, di consumare cibi e bevande nei luoghi di culto, di scaricare le immondizie senza regole: vietato fumare, vietato sostare, accesso vietato ai non addetti ai lavori.
Pure interdire, provenendo dal latino interdìcere (composto di inter e dìcere, ovvero ‘fra’ e ‘dire’), e passando per il francese interdir, è vietare, ma anche ordinare, comandare, decretare. Ha le stesse sfumature giuridiche di vietare, ma se questo è un verbo da passo carrabile, da strada, da cartello affisso sulla via pubblica, interdire lo troviamo tra le carte nei faldoni dei tribunali, nei codici giuridici, nelle sentenze. È più paludato, azzimato, compreso nel suo ruolo.
Proibire si discosta dai suoi due sinonimi grazie al velo di fascinazione di cui si ammanta e al fondo di curiosità di cui è avvolto, come in una nuvola di profumo: non c’è qualcosa di scritto che proibisca questo o quello, è più un giudizio morale, un senso comune, una tradizione, un costume, un tabù a dire che cosa è o non è proibito. Ciò che è proibito spesso esercita un’attrattiva irresistibile, ci chiama come un canto di sirena. Ecco perché l’amore tra i rampolli di due famiglie rivali non è vietato, mica i parenti chiamano il carro attrezzi per spostarli; non è interdetto, mica c’è un decreto che ne stabilisce l’incapacità di intendere e di volere. La passione di quei due giovani è proibita! Il piacere di una Torta della Foresta Nera a due giorni dall’inizio della dieta è estremamente proibito, toccare la panciotta morbida del gatto grasso è proibito. Almeno secondo lui.