Umorale

u-mo-rà-le

Significato Che riguarda gli umori del corpo; e, nell’uso comune, di chi muta umore con facilità

Etimologia deriva da umore, dal latino (h)umor ‘liquido, umidità’, a sua volta da (h)umēre ‘essere umido’; il valore di ‘temperamento, disposizione d’animo’ nasce dalla dottrina ippocratica.

Diciamo di essere di buon umore, o di umore nero, domandiamo «Di che umore è oggi?» e di solito non consideriamo che anche in questi casi stiamo parlando, alla lettera, di liquidi. Già perché umore è in primis il nome del liquido, e lo sappiamo, ci capita di parlare degli umori fermi nei seni nasali, del poco rassicurante umore che trapela dalle pareti — peraltro umore è della stessa pianta dell'umidità e dell'umido — e pure umorale parte da qui.

L'antica medicina di Ippocrate colpisce ancora: come forse ricordiamo, credeva il corpo retto e regolato da quattro umori — sangue, flemma, bile gialla e bile nera — e dal loro mescolarsi, dal prevalere dell'uno sull'altro, faceva dipendere salute, malattia e perfino indole. Per secoli riportarli in equilibrio fu uno degli scopi principali della cura. E di quella dottrina ci portiamo ancora dietro un piccolo glossario: il sanguigno, è facile alle passioni, il flemmatico è lento e imperturbabile; la bile gialla rende collerici; la bile nera rende malinconici. Quattro caratteri, quattro liquidi.

Umorale tiene insieme tutto questo. Nel senso proprio dice ciò che riguarda gli umori del corpo: la dottrina umorale, appunto, o la difesa umorale di cui parla l'immunologia — parte del sistema immunitario che si sposta nei nostri fluidi. Ma nell'uso di tutti i giorni ha preso la piega del temperamento ballerino: è umorale chi è in balìa del proprio umore del momento, con un variabilissimo meteo interiore. Non che ci manchino parole per dirlo, beninteso.

Il lunatico, con un analogo gusto di antica credenza, dà la colpa alla luna e ai suoi altalenanti influssi; il capriccioso al capriccio, insondabile ricciolo mentale e comportamentale che si fa scarto improvviso e gratuito; il volubile gira come una banderuola al vento; l'incostante è negativamente vago nel suo stare discontinuo. L'umorale ha un tratto un po' ricercato, sobrio e perfino quasi clinico; la sua prospettiva originale è bellamente interna, e corporea — uno sciaguattare e travasare di liquidi, di sizigie e maree che salgono e si ritirano dentro. È anche piuttosto compassato, nel giudizio. D'altro canto l'umore è questione vasta, che non si possa liquidare con tagli sbrigativi. Ci basti pensare a come, con una trafila che (culturalmente, mica un caso) è passata per l'inglese, l'umore si fa humour e umorismo — il capriccio si fa estro, l'estro si fa facezia.

Così posso parlare del collega umorale, che la mattina ti abbraccia e il pomeriggio ti gela; posso parlare di un mercato umorale che in un giro di valzer compra in euforia e vende nel panico; delle compagnie umorali che paiono essere così attraenti per l'amica o l'amico.
L'ennesima chiave di concetto lungamente ponderata e consegnataci da paradigmi antichi; per fortuna almeno in medicina li abbiamo superati.

Parola pubblicata il 24 Luglio 2026