Deontologia
de-on-to-lo-gì-a
Significato L’insieme dei doveri e delle norme di comportamento che regolano l’esercizio di una professione
Etimologia voce dotta, dall’inglese deontology, termine coniato dal filosofo Jeremy Bentham e composto del greco déon, déontos ‘ciò che è doveroso, il dovere’ (participio del verbo impersonale deî ‘bisogna’) e -logia ‘discorso, scienza’.
Parola pubblicata il 15 Luglio 2026

Cambia una sillaba e cambia dimensione. Da una parte c'è l'ontologia, la più alta delle indagini filosofiche, si direbbe, quella che si interroga sull'essere in quanto essere; dall'altra la deontologia, che si occupa di una faccenda più terrena e non particolarmente meno spinosa: come deve comportarsi chi esercita una professione. Le due parole non sono parenti strette, ma la loro somiglianza, latrice di confronti, dà da pensare.
Tutte e due finiscono in -logia, 'discorso, scienza', e tutte e due poggiano su un participio greco. L'ontologia sta su ón, óntos, 'ciò che è', il participio del verbo essere. La deontologia sta su déon, déontos, 'ciò che si deve', participio di un verbo impersonale, deî, 'bisogna, occorre'.
Rimettendo a fuoco i significati sulle nostre lunghezze, mentre l'una è il discorso su ciò che è, l'altra è il discorso su ciò che devi essere: indicativo e imperativo.
La parola deontologia è un conio recente e d'autore: deontology fu messa in circolazione, agli inizi dell'Ottocento, da un celebre filosofo utilitarista inglese, Jeremy Bentham, che con questa intendeva nientemeno che la scienza generale del dovere. L'uso comune l'ha poi ridimensionata e resa pratica: oggi la deontologia è quasi sempre professionale, l'insieme di regole scritte (e non solo) che dicono a chi esercita un mestiere cosa può e cosa non può fare. Ha anche i suoi testi, i codici deontologici, e i suoi tribunali, che possono sospendere o radiare chi la tradisce.
Non è la morale e non è l'etica, per quanto somigliante. La morale guarda al bene e al male in assoluto, e ha un tenore generale; l'etica ne è la riflessione ragionata, la teoria. La deontologia è più ristretta e più concreta di entrambe: non ti chiede se un'azione è buona, ti dice se è consona alla tua professione. È una morale contestuale, perimetrata, ritagliata su un ruolo: il medico che non abbandona il malato, l'avvocata che custodisce il segreto, il cronista che verifica la notizia non lo fanno per una dimensione di virtù privata, ma perché il loro dovere professionale lo richiede.
Posso parlare della deontologia di una categoria, di un richiamo deontologico mosso da un decano, di un comportamento che solleva qualche dubbio deontologico. È una parola da ambienti seri — aule, ordini, redazioni — e ricorda una cosa tutt'altro che ovvia: esistono doveri che non nascono dalla coscienza assoluta, ma dalla coscienza nel mestiere, e a volte chiedono di più. Sapere ciò che è giusto è morale; sapere ciò che è giusto in un ruolo è deontologia.