Ficaccio

fi-càc-cio

Significato Varietà: romanesco (almeno da inizio ‘800) — In gamba, bello, attraente, che funziona bene

Etimologia dall’italiano efficace, storpiato in bocca popolare. A sua volta la forma italiana è una voce dotta recuperata dal latino efficace(m) ‘capace di produrre un effetto’.

Giuseppe Gioacchino Belli è uno di quei grandissimi poeti (con Carlo Porta, Salvatore Di Giacomo, Biagio Marin e molti altri) che per aver scritto in dialetto e non in lingua italiana non sono sempre annoverati tra i grandissimi della letteratura, anche se ormai alcuni di loro sono entrati nel canone, come ben meritano. Belli è un gigante assoluto, e vale la pena rileggerlo o leggerlo, per chi non l'avesse ancora fatto. A detta dei critici letterari e degli storici della lingua, poi, è una fonte affidabilissima della lingua romanesca del suo tempo, ed era dotato, com'è naturale in un letterato della sua portata, di una straordinaria sensibilità metalinguistica.

Belli, parlando dell'epidemia di colera di Roma nel 1835, parla ironicamente, in un sonetto, di una "medicina ficaccia", cioè efficace, per combattere "er fraggèllo" che imperversava, e con questo ci indica la strada per scoprire l’etimologia di un’espressione oggi comunissima come che fico! e che figata!.

L'etimologia popolare, la sensibilità ovvia di ognuno di noi (e anche mia prima che studiassi la questione) è che l'aggettivo fico sia legato al sostantivo fico specialmente attraverso la sua forma femminile, passata a indicare l'organo femminile e per estensione, in modo ancora più volgare, una donna molto attraente. Tutto questo non regge a un ragionamento rigoroso, proprio non sta in piedi, come vedremo.

Innanzitutto, l'uso del termine per il sesso femminile è sempre dispregiativo quando applicato agli uomini: "sei un mona" in Veneto, "sei un fregnone" a Roma. Quindi già sulla semantica si parte malissimo.

Veniamo alla formazione della parola: in italiano non sono dati casi di aggettivi formati da un sostantivo applicando il suffisso zero, cioè prendendo il nome e semplicemente rendendolo un aggettivo senza aggiungere nulla: bisogna invece aggiungere un suffisso (come -oso, -ano, -esco). Fate un esperimento mentale, prendete un oggetto, che ne so, un "petalo" o un "cocomero" e provate a formare un aggettivo che significhi 'che ricorda X', 'fatto come X', 'pieno di X', 'del tipo di X'... capite che cosa intendo? Il fiorentino ficoso 'incontentabile', invece, deriva davvero dal sostantivo 'fichi' diventato aggettivo tramite l'aggiunta del suffisso -oso.

Ma, si obietterà, com'è possibile, addirittura la parola ha delle forme derivate, è produttiva come si dice, figata (stavolta con la -g- alla milanese) deriva a sua volta dal sostantivo fico e dalla sua forma femminile, tutt'altro che dispregiativa. No, anche qui non funziona: il suffisso -ata, se applicato a un sostantivo (si badi bene, a un sostantivo) indica in italiano solo due cose: o un colpo dato con quell'oggetto (martellata) o una quantità tale da riempire quell'oggetto (boccata p.es. di fumo). Sfido chiunque a provare a immaginare uno qualunque dei due significati col sostantivo femminile di cui ci stiamo occupando.

Invece, -ata applicata a un aggettivo funziona in modo diverso, e fa al caso nostro: come da cretino si ha cretinata, da figo (agg.) si forma figata.

Per tutti questi motivi, (che) fico deve partire da un aggettivo, non da un sostantivo, e quindi va ritenuto una retroformazione da ‘ficaccio’ del romanesco, tramite l’interpretazione non etimologica ma del tutto giustificata di -accio come un suffisso peggiorativo/accrescitivo. Il romanesco del resto non è estraneo a queste retroformazioni a sottrazione di suffisso: spino da spinello, fascio da fascista.

Tra l'altro, questo '-accio' gli è restato ancora abbastanza attaccato, come la sua origine suggerisce, in forme come 'figaccione', 'figaccino', che sarebbero poco giustificate se -accio fosse davvero un suffisso peggiorativo. Da tavolo si ha tavolaccio o tavolino, ma tavolaccino onestamente non mi pare possibile, e così via con tutte le prove che potete fare da soli. A Roma (solo lì, credo) si può ancora sentir dire sia ficaccio sia fico in modo intercambiabile e indistinguibile.

Per difendermi dall'accusa di eccessiva volgarità, ci tengo a precisare che tutto questo l'ho semplicemente ripreso da una dottissima polemica a colpi di articoli su prestigiose riviste di glottologia e addirittura sui giornali nazionali, risalente al 1995-1998, di cui potete trovare tracce in rete. Vi parteciparono l'allora (e anche attuale) titolare della cattedra di Romanistica dell'Università di Zurigo e l'allora professore associato, poi ordinario, di Linguistica Italiana a Bologna: non esattamente due parvenus.

Come si vede, l’etimologia popolare è cosa assai scivolosa, la lingua ha una struttura complessa e bisogna sempre diffidare di chi fa associazioni di parole "a orecchio" cercando arcane corrispondenze a volte quasi magiche quando invece il povero linguista deve limitarsi all’analisi dei testi e delle fonti. Altrimenti si torna all'epoca di Isidoro di Siviglia, autore nel VII secolo di una leggendaria quanto fantasiosa opera di "Etymologiae", nella quale le sparava grosse, probabilmente in perfetta buona fede. La mia preferita è che secondo lui la formica si chiama così perché fert micas 'porta le briciole (di grano)'. Che figata che sarebbe, davvero: solo, è completamente falso.

Parola pubblicata il 21 Settembre 2026

Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli

L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.