Mnis

mnìs

Significato Varietà linguistica: piemontese — Spazzatura, immondizia

Etimologia etimo non del tutto chiaro, probabilmente derivato dal minuties, ‘piccoli frammenti’.

In uno studio pioneristico molto noto, il linguista svizzero Robert Rüegg negli anni ‘50 intervistò 124 parlanti di italiano, abitanti in 54 diverse province, chiedendo quale parola usassero per 242 concetti della vita quotidiana. La leggenda narra, e tutti i manuali di linguistica italiana lo riportano, (anche se io non ho mai visto lo studio coi miei occhi, confesso) che solo per un concetto tutti gli informatori usarono la stessa identica parola: ‘caffè ristretto forte fatto al bar’, cioè ‘espresso’. Per tutti gli altri si trovarono sempre almeno due, ma spesso molti di più, geosinonimi, cioè parole che sono, sì, sinonimi, cioè denotano lo stesso concetto, ma differenziate geograficamente. Quasi sempre queste parole sono state trasferite all’italiano regionale, con adattamenti fonetici, dai dialetti delle varie zone: a 70 anni di distanza probabilmente la situazione sarà un po’ più omogenea, ma la variabilità regionale di origine dialettale per concetti assolutamente ‘banali’ e ‘quotidiani’ resta una caratteristica molto tipica dell’italiano, sconosciuta, per esempio, al francese.

Un caso tipico è il concetto di ‘spazzatura, immondizia’, per il quale, oltre a esistere un’enorme varietà locale trasferita dai dialetti agli italiani regionali, si può quasi dire che non ci sia una parola ‘standard’, ‘neutra’. Io almeno non ne ho chiara percezione, e mentre traducevo la frase dal piemontese non ero sicuro se usare ‘spazzatura’ o ‘immondizia’.

Dunque, in piemontese abbiamo questa mnis, che per alcuni dizionari è maschile, ma per i miei informatori nativi è femminile; nel Piemonte del sud, e in tutta la Liguria, abbiamo rumenta (pronunciata con la /ü/ in dialetto, e passata all’italiano regionale con la /u/); abbiamo poi un tipo emiliano-romagnolo, che è presente con un significato simile ma non identico anche a nord del Po, rappresentabile con rüsca, che diventa ròssc, e rusco in italiano regionale, in quei dialetti che non conoscono la -ü- e la trasformano in -ò- in certi contesti: a Bologna ‘brutto’ si dice ‘bròtt’. Ma non divaghiamo.

Indagando meglio e ampliando la visuale, si trovano tre tipi di motivazioni per questo concetto. Da una parte ‘i piccoli frammenti’ (probabilmente questa l’origine di mnis), ‘frammenti di corteccia’ (celtico ‘rusca’), i ‘trucioli’ (rumenta deriva da ramentum, ‘truciolo di legno’, legata al verbo ‘radere’); dall’altra ‘la sporcizia raccolta spazzando, con la scopa’: ramassadura, scovadura, e la stessa ‘spazzatura’ italiana. Infine il concetto di ‘pulizia’, o il suo contrario ‘sporcizia’. A Firenze l’immondizia, proprio quella moderna che si porta al cassonetto, si chiama i‘ ssudicio, e a Roma abbiamo la monnezza, che altro non è che l’[im]mondizia, con evoluzione fonetica regolare di nd > nn (come ‘mondo’ diventa monno emandare’ diventa mannà). E poi c’è il sardo, che come al solito fa a modo suo: immondizia si dice arga, cioè etimologicamente ‘alga’.

Già, le motivazioni di un termine non sono la sua etimologia, anche se i due concetti sono legati e sfumano uno nell’altro. La motivazione, a rigore, dovrebbe o potrebbe essere chiara ai parlanti, anche digiuni di storia della lingua, che sanno spiegare perché quella data parola indica quel dato concetto. Spesso però la motivazione, col tempo, diventa meno chiara ‘in sincronia’ (parolone che vuol dire ‘a chi parla la lingua oggi e non sa nulla della lingua del passato’), e la spiegazione diventa compito dell’etimologo. Nel caso delle parole che sono passate a significare ‘rifiuti solidi urbani’, da raccogliere, se possibile, differenziandoli, che costituiscono un colossale problema ambientale e organizzativo per le nostre società, le motivazioni, che abbiamo visto sopra, rimandano a una società, tutto sommato vicina nel tempo, in cui i rifiuti sostanzialmente non esistevano.

Gli unici scarti erano o pezzettini talmente piccoli da non essere buoni nemmeno per il fuoco, o letteralmente, la polvere spazzata con la ramazza che con tutta la buona volontà non offre alcuna possibilità di riuso, o la pura e semplice sporcizia. Rifiuti organici non ne esistevano, dato che il cibo avanzato era o per gli animali o per il concime; gli imballaggi di plastica erano sconosciuti e quelli invece di carta o legno erano ottimi come combustibili e quindi non erano considerati scarti da smaltire non si sa bene come. Gli indumenti, che in effetti dopo lunghi anni dovevano essere cambiati, avevano una filiera organizzata di recupero da parte dei commercianti e dell’industria degli stracci (nelle fasi iniziali l’industria tessile pratese era basata sul recupero degli stracci).

Oggi viviamo in un mondo sommerso di roba che dopo breve uso diventa rifiuto, mentre il mondo anche solo di 70 o 100 anni fa non aveva questo concetto al punto tale da non aver neppure la necessità di creare una parola. E ancora oggi, con pudore e forse vergogna, la chiamiamo ‘spazzatura’ come se le tonnellate che vengono prodotte ogni anno da ognuno di noi fossero i pochi grammi di polvere raccolti con una paletta.

Parola pubblicata il 09 Febbraio 2026

Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli

L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.