Sanmichée

san-mi-chée

Significato Varietà: lombardo occidentale — propriamente San Michele, ma per traslato ‘trasloco’, in particolare nell’espressione «fà sanmichée» ‘traslocare’

Etimologia dal latino sanctus ‘santo’ e Michael, che è dall’ebraico Mîkhā’ēl ‘chi è come Dio?’, tradotto tradizionalmente in latino con la formula “Quis ut Deus?”.

Oggi, se c’è da fissare una scadenza tutti usiamo lo schema giorno-mese: “ci vediamo l’11 novembre” oppure “entro il 29 settembre”. Un tempo, però, quasi nessuno avrebbe detto così, e in quel serbatoio di tradizioni che convivono con l'iper-modernità che sono le Valli Ladine (in particolare la Val Badia) si sente frequentissimamente ancora: recentemente una raffinata studiosa linguista di quelle valli mi ha detto 'spero di finire entro Sant'Ulrico e poi vado in ferie': e io a cercare su internet quando è questo santo, patrono di Ortisei (4 luglio). Il tempo era scandito da una serie, fitta ma non fittissima, di 'date col loro nome', in corrispondenza non solo di feste religiose ma anche di scadenze di tipo agricolo-lavorativo. Come oggi ci suonerebbe se non strano, quantomeno inusuale dire “ci vediamo il 25 dicembre” (diremmo piuttosto: "ci vediamo a Natale"), fino a non molto tempo fa questo meccanismo si estendeva a molte date dell'anno, ed era quello il modo più naturale per darsi un appuntamento, per ricordarsi le cose e orientarsi nel ciclo delle stagioni.

A San Michele (29 settembre: e Mogol-Battisti, ancora veri punti di riferimento culturali inter-generazionali, non hanno intitolato la loro canzone "San Michele"), o a San Martino (11 novembre) a seconda delle zone, scadevano i contratti di affitto agricoli, e quella era la data, negli anni in cui toccava, nella quale si doveva traslocare. Come si dice far sanmichele in certe zone del nord Italia, si dice in altre (forse ancora più vaste) far sanmartino.

Ci sono motivi molto concreti dietro tutto questo. Il primo è semplice: una grande parte della gente non sapeva né leggere né scrivere, quindi i calendari sulla carta semplicemente non esistevano. Il calendario della Chiesa, invece, lo conoscevano tutti. La domenica il prete diceva quali feste ci sarebbero state durante la settimana, le campane suonavano per segnalarle e la memoria di tutti le associava subito a qualcosa di preciso, che fosse un rito, un mercato, una processione, una scadenza. “Fare Sant’Antonio” (17 gennaio) consiste, in certe zone del centro-nord Italia, nel riunire un gruppo di cantori e suonatori e nel freddo pungente andare casa per casa a raccogliere offerte.

La seconda ragione era economica.

Tutta la vita dei campi e dei commerci ruotava attorno a queste date fisse, che diventavano delle vere e proprie scadenze ufficiali. A San Martino si chiudevano i conti dell’annata e si assaggiava il vino nuovo. A San Giovanni, all'inizio dell'estate e nella giornata più lunga dell'anno, si saldavano i debiti e si assumevano i braccianti. In Inghilterra questo sistema era così radicato da finire dritto nelle leggi con i quarter days: Lady Day (25 marzo), Midsummer (24 giugno), Michaelmas (29 settembre) e Christmas (25 dicembre): come si vede quattro giorni dell'anno, all'incirca a tre mesi di distanza uno dall'altro, in cui si pagavano gli affitti e si rinnovavano gli accordi. Tre di essi hanno un nome chiaramente religioso, come si vede anche dal suffisso -mas 'messa'.

Anche le fiere prendevano il nome dal santo del giorno, una cosa che spesso succede ancora adesso. Dire “la fiera di San Luca” o “di Santa Caterina” significava indicare insieme un posto, un giorno preciso e un’occasione per fare affari. Valeva per qualsiasi lavoro della terra: c’era il giorno buono per seminare, quello per potare, il momento di ammazzare il maiale o di far salire il bestiame al pascolo. Per ogni tappa c'era un santo ad accompagnarla.

Che cosa è rimasto di tutto questo? Molto nei dialetti, come abbiamo visto, poco nella cultura modernizzata veicolata dall'italiano standard. Qualcosa nei proverbi, che alla fine erano dei veri calendari mandati a memoria:

Per San Martino (11 novembre) ogni mosto è vino.

San Benedetto (21 marzo), la rondine sotto il tetto.

Santa Lucia (13 dicembre), il giorno più corto che ci sia.

In alcune parlate il nome del santo si è addirittura preso il nome di tutto il mese: in sardo santugaine (San Gavino, 25 ottobre) significa 'ottobre', santandria (Sant'Andrea, 30 novembre) significa 'novembre', nadale significa 'dicembre'; in mòcheno, dialetto bavarese parlato appena a est di Trento, schanmikeal significa 'settembre', òllderhaileng (letteralmente 'tutti i Santi') è 'novembre' e schantonderer (ancora Sant'Andrea) stavolta è 'dicembre'.

Poi le cose sono cambiate. La gente ha iniziato a leggere, sono arrivati gli almanacchi e la società moderna ha organizzato il tempo attorno agli orologi della burocrazia e delle fabbriche. Nella storia della tecnologia, e già si legge in alcuni manuali, una data spartiacque, quella in cui una macchina ha iniziato apparentemente a parlare, è proprio il giorno di Sant'Andrea del 2022.

Parola pubblicata il 19 Ottobre 2026

Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli

L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.