Ihtà
ih-tà
Significato Varietà: francoprovenzale del Piemonte (var. di Coazze) — Estate
Etimologia dal latino aestate(m).
Parola pubblicata il 29 Giugno 2026
Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli
L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.

Tempo d’estate, ihtà come dicono a Coazze, in provincia di Torino. Nel suo territorio tra i 700 e i 2700 metri della Val Sangone, una delle valli di lingua francoprovenzale del Piemonte, certamente l’estate è più fresca che in pianura, e tradizionalmente non certo tempo di vacanze, ma anzi periodo di massimo lavoro per contadini, pastori, casari. Le parole per le stagioni sono abbastanza prevedibili tra i dialetti d’Italia, la base da cui partono sono — con eccezioni, ovviamente — abbastanza costanti, a parte una certa marginale confusione nelle denominazioni di “primavera” ed “estate”: probabilmente la parola latina vere indicava in generale l’uscita dal cattivo tempo e l’inizio della buona stagione: primo vere era la prima parte di questo periodo, da cui "primavera", e questo concetto di “primo buon tempo” si ritrova in francese con printemps e, nella nostra Coazze di oggi, con primeù (pron. /primöö/) e in fondo anche in ladino con aisciuda, che non è altro che ‘l’uscita’ dal micidiale, in quelle zone, inverno. Poi forse c’era il veranum tempus come parte successiva di questo periodo di ripresa: tanto è vero che verano / beranu è passato a significare ‘estate’ in spagnolo, ma significa ancora ‘primavera’ in sardo.
Ma è aestate(m) l'etimo della parola di oggi, che varia abbastanza poco nei dialetti italiani (a parte cadute di pezzi iniziali o finali, come al solito); a volte le due consonanti /st/ dànno luogo a suoni curiosi, a Coazze questa /h/, o nel nord della Sardegna, dove si dice iltade, un suono pronunciato con una vera e propria “lisca”, specie a Ozieri: sono poche le lingue al mondo, e una di queste è l’ozierese per l’appunto, in cui la ‘lisca’ è un suono normale della lingua, e non un difetto di pronuncia. È poi tipica del francoprovenzale (lingua parlata in certe valli del Piemonte e in Val d’Aosta, dove lo chiamano patois /patuà/) una forma del tipo tsotèn: non è altro che una forma ormai poco riconoscibile di “caldo tempo”, che corrisponderebbe a un ipotetico francese chaud-temps, pronunciato /sciótẽm/, poi in questi dialetti periferici passato appunto a tsotèn.
I proverbi sull’estate, come tutti quelli meteorologici e sulle stagioni, sono moltissimi, e in molti casi sono passati all’italiano; ma voglio prenderla sul lato letterario oggi, ché a volte certo folklorismo dialettale dei bei tempi andati e delle previsioni del tempo pre-scientifiche è un po’ stucchevole. Diamo la parola a Carlo Porta, poeta di livello stellare, che scrive in un milanese letterario, raffinatissimo, sette-ottocentesco, e che ci dimostra che alcuni dialetti italiani — essenzialmente quelli delle grandi capitali regionali: Milano, Torino, Venezia, Napoli, Genova, Palermo — sono andati a pochi passi dal farcela per diventare lingue di cultura, standardizzate, scritte, forse ufficiali. Certe prove letterarie sono di livello talmente alto che appartengono alla storia della letteratura italiana, anche se non sono scritte in italiano. Ma sentiamo che ci dice el Sciur Carlin sull’estate, estaa, con la sua satira intelligente, feroce e divertentissima: dedicato a chi può scegliere — oggi — tra aria condizionata e gita al mare con ombrellone e mojito in spiaggia: pensi a che cosa doveva essere l'estate in una torrida Milano di fine '700. Ma seguite il mio consiglio, leggetela a voce alta e sentitene anche la perfezione metrica, martellante:
Ecco la traduzione.
Cimici, pulci, scarafaggi, millepiedi, tafani, / tarme, mosche, pappataci, vespe, calabroni, / formiche, zanzare, cicale, vermi, scorpioni, / consolatevi che l’estate è poco lontana. / Povere bestioline! Povere creaturine! / Mordeteci, succhiateci, infastiditeci, che siete voi le padrone, / cacateci sulle pietanze, in faccia, / crivellateci i panni, i frutti, la carne, il grano. / Fate pure quel che vi piace, care bestioline, / ché il meno che possiamo fare per i vostri meriti / è quello di lasciarvi soddisfare tutti i capricci. / Così magari vi venisse l'idea / di andare a quartiere d’inverno nel "cosiddetto" / di chi loda l’estate coi suoi regali.
Qui la potete ascoltare recitata da un bravissimo attore.