Spalmare
spal-mà-re (io spàl-mo)
Significato Distribuire su di una superficie solida una sostanza grassa, densa, pastosa; distribuire qualcosa, anche immateriale, nel tempo e nello spazio
Etimologia da palma, che continua il latino palma, cioè ‘palmo della mano, mano aperta’, col prefisso s-.
Parola pubblicata il 14 Giugno 2026

Spalmare è un atto che ha intrinsecamente a che fare con le mani e la materia, col corpo e lo spazio. Spalmiamo il burro sul pane con generosità, spalmiamo la crema di nocciole sul biscotto al cioccolato con ingordigia, spalmiamo con cura l’olio monoï sulla pelle abbronzata, ancora fresca dopo la doccia gelata alla fine di una giornata al mare e, in forma riflessiva, ci spalmiamo con voluttà sul letto king size dell’albergo dopo dieci ore di volo. Pare proprio di sentire in bocca, quando pronunciamo questo verbo, il velo di crema steso sulla fetta che si stende tra lingua e palato, o sotto le dita la seta liquida dell’olio assorbito dalla pelle.
L’origine del verbo è latina, e la radice è ben aggrappata alla cosa che forse ci è più familiare al mondo, ovvero la mano. Palma, in latino, stava per palmo della mano, o mano aperta: le mani sono il nostro primo vettore di esperienze nel mondo, il primo strumento con cui entriamo in contatto con le cose, gli oggetti, la corporeità. Non a caso si dice che conosciamo un amico come il palmo della nostra mano. In principio, senza ausilio di utensile alcuno, la materia più molle, più umida, la si portava sulla superficie dura e di supporto a manate piene e la si stendeva poi con la mano piatta, col palmo della mano. La si palmava.
È il prefisso intensivo costituito dalla semplice consonante s a dare l’idea dell’entità che assume quest’azione, della sua intensità e quasi del suo spessore materico. C’è un minimo di sforzo fisico nel tirare la pasta grassa sul secco, con le mani o con altri strumenti come coltelli o spatole: la pittrice prepara la tela spalmando lo strato di base con grandi pennellate, il cioccolatiere spalma lo strato di cioccolato nero su quello al latte con una spatola di silicone, il massaggiatore spalma a manate la pomata sul polpaccio dell’atleta in una pausa della partita.
Questo significato così precipuamente materico del verbo ha fatto sì che, nell’essere usato in contesti figurati, trasmetta comunque un’idea di unto e grasso, quasi che l’azione dello spalmare, o la materia spalmata, sia poi difficile da togliersi di dosso una volta finito: il ministero ha spalmato il budget su tre diversi progetti e il risultato è che nessuno sarà sviluppato al massimo del suo potenziale, l’azienda ha tentato di spalmare i debiti su più anni fiscali.
A ben guardare nessuno dei sinonimi esistenti pareggia appieno la fisicità dello spalmare: dobbiamo accontentarci di un tecnico applicare, del didascalico distribuire uniformemente, dell’impassibile stendere, del preciso ungere, del parmigianesco cospargere. Non ritroviamo in nessuno di essi il godimento delle membra anchilosate che tendono le fibre in uno stiramento di sollievo che proviamo quando ci spalmiamo sul divano dopo otto ore di fila a passare articoli alla cassa del supermercato, né la golosità di una marmellata di albicocche fatta in casa spalmata col coltello sul pane fresco la mattina a colazione, né la soddisfazione infinita delle dita che spalmano la pasta di zinco profumata sulle chiappette arrossate del bebè accoccolato sul fasciatoio.