Tarfinà

tar-fi-nà

Significato Varietà linguistica: dialetto lombardo di Pavia — Balenare, lampeggiare

Etimologia dal latino delphinare ‘andare a zigzag’, ‘apparire e scomparire fulmineamente’.

Sono abbastanza vecchio da ricordarmi di quando alle medie si facevano imparare le poesie a memoria: e qualche giorno fa mi è tornata in mente il 5 Maggio di Manzoni, avvicinandosi appunto questa fatidica data.

Di quel securo il fulmine tenia dietro al baleno: “in quell’uomo sicuro di sé il lampo teneva dietro al tuono”, o, come altri dice, “di quell’uomo sicuro di sé le conseguenze devastanti seguivano immediatamente il lampo geniale”. In ogni caso, baleno, balenare, vogliono dire ‘apparire e scomparire improvvisamente’, come avviene appunto per il fulmine: e che c’entra la balena? Mi sono messo a indagare, pensavo fosse una para-etimologia, o una convergenza casuale di due parole che finiscono per assomigliarsi ma hanno storie completamente diverse, come accade non di rado (mi viene in mente, e chissà meriterà riparlarne, i Rom, che chiamamo Zingari, e che arrivano qui spesso dalla Romania: ma tra le tue parole non c’è nessuna parentela etimologica).

E invece no, balenare deriva proprio da balena, come dice la Treccani “secondo una tendenza popolare di indicare i fenomeni atmosferici con nomi di mostri marini”, legata al fatto che questi appaiono e scompaiono subitamente. E allora sono andato a vedere nei dialetti italiani se c’era traccia di questo. Eccome se c’è, c’è tutta una serie di dialetti, da nord a sud, per i quali ‘lampeggiare’, ‘balenare’, si usa un altro cetaceo, e si dice qualcosa come delfinare! La nostra tarfinà di oggi a Pavia, dalfina(r) in altri dialetti del nord, talëfinà in Basilicata. Ma non basta, ci sono addirittura dialetti, di Puglia e Calabria, dove ‘lampeggiare’ si dice derlampà, e illustri studiosi spiegano questo der- iniziale come un incrocio tra la forma delfinare e la forma normale lampare.

Senza tirare in ballo mostri mitologici, pare che in latino delphinare volesse dire ‘andare a zig-zag’, ‘apparire e scomparire’, ‘guizzare’, proprio come fa il lampo. E questa metafora, evidentemente se non universale almeno molto diffusa, ma per noi assolutamente stupefacente, si ha anche in sardo dove il lampo viene chiamato in certe zone icru marinu. Qui l’etimologia è piuttosto trasparente (si fa per dire): icru, che in altre zone è biclu, deriva dal latino *vitlu, che non è altro che vit(u)lu(m), ‘vitello’. Il ‘vitello marino’ (in Corsica anche vécchio marino, dove vécchio non c’entra nulla con la vecchiaia, ma è ancora l’esito regolare da vitulu), detto anche ‘bue marino’ non è altro che la foca monaca (Monachus monachus), anche lei guizzante, capace in di tuffarsi, nemmeno a dirlo, in modo fulmineo; e questo non è un cetaceo, ma comunque un mammifero marino. Animale misterioso, che un tempo era frequente nel Mediterraneo, e che dopo essersi praticamente estinto, ora sta faticosamente tornando a farsi vedere (ma poco, anche dove c’è). Altre fonti riportano che quest’espressione si applichi solo ai lampi secchi, cioè visibili in assenza di pioggia, o a solo quelli di settembre.
Mah, io non finisco mai di stupirmi quando attingo al sapere degli storici delle parole: in un’epoca senza internet, senza ChatGPT, il tempo e il metodo che è servito a questi studiosi per reperire, spesso da fonti incerte, rare, inedite, in luoghi remoti, informazioni con questo grado di dettaglio.

Comunque, chi non c’è ancora andato vada nel Golfo di Orosei a vedere Sa Ruta ‘e su Oe Marinu ‘La Grotta del Bue Marino’, arrivandoci, se riesce, via terra lungo un sentiero straordinario. Una delle spiegazioni ‘razionalizzanti’ del mito delle sirene dell’Odissea, l’irresistibile canto delle quali indusse l’eroe a farsi legare all’albero della nave, è proprio la foca monaca. Purtroppo nel Mediterraneo non ci sono i mammiferi detti non a caso Sirenidi (il manato e il dugongo come ognun sa), altrimenti sarebbero stati loro i candidati ideali.

Sono andato a sentirmi, perché ormai tutto è possibile, dei video su YouTube col verso della foca monaca: affascinante, per carità, misterioso quanto si vuole, ma tutto meno che irresistibile. Non so se era meglio il mondo in cui s’imparavano le poesie a memoria e si sognavano affascinanti balene e delfini guizzanti come lampi nel mare, o invece quello in cui si trova tutto, ma proprio tutto e il contrario di tutto, su internet: una cosa è certa, l’uomo ha memoria brevissima, e oggi si fa fatica a ricordare di un mondo in cui internet non c’era… ma la lingua, ostinata, supera i secoli, e noi proviamo a decifrarla.

Parola pubblicata il 04 Maggio 2026

Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli

L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.