Delfino

del-fì-no

Significato Nome dei cetacei della famiglia dei Delfinidi; titolo attribuito all’erede al trono di Francia

Etimologia voce dotta recuperata dal latino delphìnus, in prestito dal greco delphís ‘delfino’; nel secondo significato, passa dal francese dauphin.

Il nome del simpatico cetaceo che tutti conosciamo ha dei risvolti etimologici sorprendenti, e inoltre finisce per portarci nelle antiche corti dei re francesi. Non sarà un viaggio breve, che cosa stiamo aspettando?

Non è perfettamente pacifico (qualcuno si ferma all’etimo incerto), ma è sostenuto con forza da diversi studiosi eminenti che il greco delphís (che sarebbe stato preso in prestito dai latini col loro delphìnus, e da noi recuperato come voce dotta) sia derivato da delphýs, che significa ‘utero, grembo’. Ma quale sia il nesso che porta al delfino, nessuno lo sa dire persuadendo tutti. C’è chi si aggancia al fatto che il delfino è un mammifero e partorisce, chi avanza che la forma del delfino abbia ricordato quella dell’utero (ipotesi che fa alzare il sopracciglio); alcuni studiosi (in particolare Nocentini e Parenti) propongono una suggestiva contrapposizione fra delfino e balena, che nell’immaginario greco sarebbero incarnazione femminile il primo, maschile la seconda (phálaina ‘balena’, deriverebbe da phallós ‘fallo’).

Guardando ai miti che circondano il santuario di Delfi, dove aveva sede un importante oracolo di Apollo, si può apprezzare come nelle narrazioni sulla fondazione le trasformazioni del dio in delfino si intreccino con i culti precedenti di Gaia, la madre terra.

Uteri a parte, del delfino, nella lingua, più che l’intelligenza e l’amichevolezza è permeato il tratto dell’agilissimo nuoto: ricorre nelle nostre similitudini quando diciamo che l’amica nuota come un delfino, e il suo stile di nuoto saltato fuor d’acqua informa il nostro ‘stile delfino’ — come anche il nome di un’arma navale greca, una sorta di grosso peso che veniva tuffato sulla nave nemica per schiantarla. È stato anche un nome del pezzo degli scacchi che conosciamo meglio come alfiere.

Ma delfino era anche il titolo con cui, per quasi cinquecento anni, fu chiamato l’erede al trono francese — che c’entra?

Nella parte di Francia più vicina all’Italia, poco a sud di Lione e poco a ovest di Grenoble, c’è il minuto paese di Albon. Microscopico paese, è vero, paese da nulla, ma però… Intorno all’anno Mille lì c’era un castello, che aveva come signore Ghigo. Il nipote di Ghigo, Ghigo III, divenne conte di Albon. E come stemma (non è chiaro perché, forse c’entrò la moglie, di origini inglesi) ebbe un delfino; suo figlio Ghigo IV, nato sotto i due delfini azzurri in campo oro della contea, fu soprannominato le dauphin. La regione controllata dal Delfino fu chiamata il Delfinato.

Il titolo di ‘Delfino del Viennois’ (la città di Vienne è eponima) spettò a Ghigo V e alla sua discendenza per dieci generazioni, fino a Umberto II, alla metà del Trecento. Senza eredi e rovinato, cedette il Delfinato a Filippo VI di Valois, re di Francia; nel trattato fu previsto che il Delfinato conservasse uno statuto speciale, e rimanesse appannaggio del principe ereditario.

Così il principe ereditario francese divenne ‘Delfino di Francia’. Per l’esattezza, rimase anche ‘Delfino del Viennois’ fino al quattrocentesco re Luigi XI il Prudente — poi ‘Delfino’ fu solo un titolo onorifico, e di grande successo, che trasmetteva tutta la freschezza, la forza, l’agilità e l’eleganza di un principe gagliardo. Durò fino al 1830, alla rivoluzione di luglio (quella della Libertà che guida il popolo, di Delacroix), che pose fine alla monarchia borbonica restaurata.

Ancora oggi si parla di come Tizio sia il delfino del grande professore, di chi sia il delfino del dittatore nell’autocrazia orientale, del delfino di un capitano d’impresa: successore di un pezzo grosso, descritto con un tono lievemente derisorio, visto il paragone. E c’è un’ultima questione.

Il Gran Delfino, figlio del Re Sole, per la sua educazione poté contare su un’intera collana di classici che i suoi precettori avevano fatto appositamente stampare: ad usum Delphini, “per uso del Delfino” era stampato su tutti i frontespizi. Ora, i testi erano stati convenientemente epurati di tutti i passaggi licenziosi e scabrosi. Fu una scelta che fece tendenza.

La locuzione ad usum Delphini è rimasta per descrivere tutti i documenti addomesticati in favore di un uso non maturo, semplificati, edulcorati — talvolta anche con intenti manipolatorî. Della storia controversa viene diffusa una rassicurante versione ad usum Delphini, si danno istruzioni ad usum Delphini sulle norme igieniche, e i miti greci smussati ad usum Delphini diventano storie che non vogliono dire più niente.

Parola pubblicata il 19 Aprile 2020