> Le famiglie delle parole

Che cosa sono le 'voci dotte', le parole salvate dai libri

Ci sono diverse vie con cui le parole latine possono entrare in italiano. La via dotta è quella che ci parla di intellettuali medievali e moderni che hanno preso in prestito parole latine per la nostra lingua.

Quando leggendo l'etimologia di una parola e si vede scritto che si tratta di una 'voce dotta', non s'intende che è una parola ricercata, aulica. Ha un significato specifico, e ci racconta una particolare, affascinante via di derivazione dal latino — contrapposta a quella delle voci ereditarie o popolari.


Il latino sopravvissuto

La caduta dell'Impero romano di Occidente non ha fatto smettere di parlare latino alle persone che lo abitavano. Da allora, in un processo lento che riduciamo alla data del 476 d.C., viene meno quell'unità politica e burocratica che teneva insieme la grande macchina imperiale, e insieme ad essa molte dinamiche che tenevano inseme anche la lingua latina — la relativa tranquillità e facilità di commerci e viaggi interni, la rete di celebrazioni per gli imperatori tenute da oratori di professione, l'unità ed estensione del servizio militare, e via e via.

Certo il latino non era sempre rimasto uguale a sé stesso: il latino arcaico, rurale, che precede perfino la monarchia non è il latino classico, rigoglioso e cosmopolita, dell'ultima repubblica e del primo impero, e in una realtà che andava dall'Irlanda all'Iran, strappato fra forze accentratrici e centrifughe, difficilmente si poteva conservare per secoli così com'era. Pensiamo all'inglese e allo spagnolo di oggi: sono lingue su cui non tramonta mai il sole, parlate da centinaia di milioni di persone… che non le parlano come londinesi e madrileni.

Quando in Occidente la macchina imperiale scoppia, i suoi pezzi continuano a girare nei regni barbarici. Le persone comuni continuano a parlare latino come hanno sempre fatto (a tanti che differenza fa, in concreto, che ci sia l'imperatore o il barbaro? Anzi il barbaro può darsi che non chieda tasse). Certo è un latino sempre meno vicino al classico, che via via prende pieghe sue, sempre più mescolato con gli altri idiomi del posto o giunti con i barbari che si sono insediati: rotta l'antica e mobile unità imperiale, ciascuna provincia diventa uno stagno, un ecosistema isolato in cui emerge una specie nuova di lingua. Ma questa è la storia dei volgari, e delle lingue romanze.

Verba volant, scripta manent

Ora, c'è una lingua che non si corrompe facilmente nemmeno dopo tanto tempo, una lingua molto più resistente alle variazioni di quella orale: quella scritta nei libri. Verba volant, scripta manent. Si trasmette anche bene, perché chi scrive parla con le persone di cui legge i libri e replica la loro lingua, che così si conserva. Nei bastioni dei monasteri il sapere latino dell'Occidente, e con esso la lingua in cui era scritto, viene preservato dalla distruzione nel suo momento critico, salvato dal degrado copiandolo e ricopiandolo, e anche l'intellettuale più scarso durante i secoli bui continua ad avere quella lingua come modello. Quando poi la civiltà prende a riscuotersi nell'umanesimo, inizia la caccia a queste meravigliose eredità del passato per costruire una nuova grandezza di pensiero. Non c'è intellettuale che non scriva e parli in latino; difficilmente è un latino ciceroniano, la storia del latino dei Romani dura almeno fino VI secolo d.C. e i modelli non sono completamente univoci, si riassume e aggiusta in un latino medievale, ma ha un buon grado di manutenzione e resistenza.

Così quando le lingue romanze, i volgari, si sono trovate a poter ambire di diventare lingue piene, anche letterarie, anche scientifiche, è stato del tutto naturale per chi le scriveva prendere in maniera massiccia e sistematica dei prestiti dal latino giunto a loro coi libri — una lingua che conoscevano benissimo, e che era così ricca. Per questo si chiamano 'voci dotte'. Perché sono prese in prestito dal latino, dai dotti.

Vista la contiguità fra latino e volgare questi prestiti si adattano bene e li nota solo un occhio clinico, che ne riconosce una maggiore vicinanza all'originale latino, non avendo patito le millenarie usure del parlato: il nostro dizionario è affollato di voci dotte. Molte vengono adottate spontaneamente già nel Due-Trecento, ma col maturare della 'Questione della lingua', ossia del secolare dibattito su quale sia l'italiano che devono parlare e scrivere gli italiani, quella del recupero della voce dotta si manifesta ed è propugnata come prima via sistematica di arricchimento della nostra lingua. Una pratica che, nonostante la dimestichezza con il latino e la sua proporzionale ricchezza sia per noi diminuita, arriva fino ai giorni nostri: abbiamo visto lo strano caso di legenda.

Gli strani casi degli 'allotropi'

Peraltro possiamo osservare come con una certa frequenza nella nostra lingua coesistano allotropi, cioè parole che da un singolo termine latino si sono divise e ci arrivano una come voce ereditaria, usata e usurata senza soluzione di continuità, una come voce dotta lasciata ai libri e ripresa intenzionalmente in periodi più tardi. Pensiamo al freddo e al frigido, al mestiere e al ministero, alla piazza e alla platea, al cerchio e al circolo, all'oggettivo e all'obiettivo. Caso, quest'ultimo, di recupero percepito come particolarmente innaturale, per un motivo tecnico ma semplice: nelle voci ereditarie la 'b' latina si raddoppia quando è preceduta da vocale, e seguita da una i seguita a sua volta da una vocale. Tutti infatti diciamo 'obbiettivo'; e anche se per iscritto è percepita come più corretta la variante con una sola 'b' (obiettivo), dobbiamo intendere che il raddoppio è una progressione del tutto naturale, per la nostra lingua, essendo quella che ha coinvolto 'nebbia', 'fibbia', 'sabbia', 'rabbia', 'dubbio' e via dicendo. Insomma, talvolta, anche se si cerca di fare entrare una parola come voce dotta conservandola simile a com'era in latino, una volta in ballo balla (e tende a cambiare) come tutte le altre.


Quando parliamo di una voce dotta, allora, parliamo di una parola di origine latina che non ha percorso tutta la nostra storia, ma che, dimenticata dal popolo e conservata sotto il sale della forma scritta, a un certo punto della storia dell'italiano è stata recuperata, presa in prestito dalla vasta eredità del lessico latino. Presa in prestito da dotti che lavorando col latino facevano trapassare, come da foglio su foglio, le parole latine nella loro, nella nostra lingua volgare.

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