Educazione

La strana coppia

e-du-ca-zió-ne

Sviluppo e trasmissione di facoltà e principi intellettuali, morali e culturali; formazione scolastica, istruzione; buone maniere

voce dotta recuperata dal latino educere 'tirar fuori, estrarre', derivato di ducere 'guidare', con prefisso e- che indica movimento verso il fuori.

Siamo in tanti, probabilmente, ad avere una zia così, depositaria di assiomi della saggezza popolare quali “si dice il peccato ma non il peccatore”, “buon sangue non mente” o “chi disprezza compra”. La mia, di zia, molto tempo fa si adontò assai perché un’insegnante aveva osato dare a suo figlio del maleducato. “Eh no, protestò lei, non si parla così: semmai, avrebbe dovuto dire ‘ineducato’!”. Io, tra me e me, pensai: “ma perché non educare affatto un figlio sarebbe più accettabile che educarlo male?”. A leggere la voce ineducato del vocabolario Treccani, però, forse mi sbagliavo: ineducato “è meno grave di maleducato e indica piuttosto la mancanza, in una persona, di una sufficiente educazione, non solo morale e sociale ma anche intellettuale”.

Morale, sociale, intellettuale: certo che in italiano la parola educazione è cosa complessa, molto più che l’education inglese. Quando, in “Another Brick in the Wall” (1979), i Pink Floyd facevano cantare in coro ai bambini “we don’t need no education”, oggetto del rifiuto non era l’educazione bensì un determinato tipo di istruzione, quella rigida e autoritaria dei collegi inglesi dell’epoca. Education corrisponde infatti alla nostra istruzione, e well educated non significa “beneducato” bensì “istruito”; l’educazione ricevuta in famiglia, invece, si definisce upbringing (equivalente al nostro “tirar su”), mentre la buona o cattiva educazione esibita in società sono le good o bad manners (buone o cattive maniere). Per contro, il significato che noi italiani diamo a educazione copre tanto la sfera morale e sociale quanto quella intellettuale “alta”, sicché all’istruzione parrebbe restare un campo più limitato e operativo, affine all’addestramento, al “dare istruzioni”. Ma è proprio così?

In realtà, la situazione è più variegata. Innanzitutto, diverse discipline scolastiche sono o erano definite educazione (artistica, civica, musicale ecc.), e in generale il termine viene spesso usato come sinonimo di istruzione. Peraltro, in questo caso l’influenza dell’inglese non c’entra nulla, anzi: in epoca fascista il Ministero dell’istruzione fu ribattezzato Ministero dell’educazione (nazionale, ovviamente). Inoltre, un tempo educare era usato anche nel senso di addestrare, ammaestrare un animale, esattamente come istruire.

Per chiarirci le idee, come d’abitudine, cerchiamo conforto nell’etimologia. Educare è voce dotta: in latino era la forma intensiva di edùcere, cioè “tirar fuori, estrarre”, e da qui “tirar su, allevare”. Partendo da quest’ultima accezione – allevare, nutrire – educare si specializzò poi nel senso di allevare spiritualmente, formare. Istruire, invece, deriva da instrùere (costruire, allestire), composto da in e strùere (impilare, erigere). Insomma, l’educazione è allevamento (ad levare, “tirar su”), l’istruzione è costruzione, formazione della persona, come appare chiaramente nel tedesco Bildung (istruzione, formazione), che ha la stessa radice del building inglese (come in body-building, letteralmente “costruzione del corpo”).

In teoria, quindi, tanto l’educazione quanto l’istruzione ambirebbero ad una dimensione olistica, ma di fatto l’istruzione si è chiusa nelle aule scolastiche e gli istruttori, da tempo, sono stati ulteriormente marginalizzati, allontanandosi definitivamente dagli educatori e diventando meri addestratori in campi specifici, specialmente sportivi. Ma a chi spetta, oggi, educare? Secondo gli esperti, ad una pluralità di soggetti definiti “agenzie educative”: famiglia, scuola, associazioni della società civile, mass media. Ora capiamo meglio perché, per mia zia e non solo, ineducato è “meno grave” che maleducato. L’educazione è compito collettivo: se il seme non ha attecchito, non per forza significa che fosse cattivo. Tutti colpevoli, nessun colpevole.

Parola pubblicata il 05 Novembre 2019

La strana coppia - con Salvatore Congiu

Parole sorelle, che dalla stessa origine fioriscono in lingue diverse, possono prendere le pieghe di significato più impensate. Con Salvatore Congiu, insegnante e poliglotta, un martedì su due vedremo una di queste strane coppie, in cui la parola italiana si confronterà con la sorella inglese, francese, spagnola o tedesca.

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