SignificatoChe ha l’aspetto del vero e che perciò si può credere; come sostantivo, ciò che appare vero
Etimologia voce dotta recuperata dal latino verisimilem, composto di verus ‘vero’ e similis ‘simile’.
Sappiamo che nella vita capitano, e non di rado, di quelle coincidenze che messe in un racconto non se le berrebbe nessuno. Se stiamo parlando di fiction, alla pagina non si chiede che le cose siano vere, si chiede che siano verosimili. Sono due affari diversi, e questa parola non meno sofisticata che corrente serve esattamente a distinguerli.
Verosimile è ciò che ha l'aspetto del vero, e che dunque potrebbe esserlo. Attenzione: non è un vero di seconda scelta, un vero diluito. È una somiglianza, e lo dice la parola stessa, che è un latinismo compatto e trasparente — verus più similis, 'somigliante al vero' — arrivato in italiano a inizio Trecento e rimasto lì, immobile e utilissimo, per settecento anni.
La portata del concetto sta nel similis. Il verosimile non fa nessuna promessa sui fatti: si limita a offrire un'impressione di verità, non facendo nemmeno sospettare che il quadro non stia in piedi. Per questo molte correnti letterarie vi hanno costruito molto, sopra: il verosimile è un tenore di fondo imprescindibile, si articola in eventi ma si rapporta con credenze diffuse, aspettative, generi — anche laddove la fantasia è più sfrenata. È il paradosso che conosce chiunque abbia provato a scrivere: il credibile ha bisogno di molto più sostegno del vero. D'altro canto la cronaca è piena di storie che, raccontate, sembrerebbero inventate: una delle esperienze di lettura più stranianti in questo senso che io abbia mai fatto è su La nera di Dino Buzzati — raccolta di suoi articoli di cronaca nera pubblicati su grandi quotidiani, che paiono non meno surreali dei suoi racconti inventati.
Il verosimile è versatile, e con la sua formazione semplice ma eloquente è capace di una notevole profondità filosofica. Il plausibile era in origine ciò che merita approvazione, e ancora oggi riguarda meno la verità di un fatto che l'accettabilità di un'interpretazione: non ciò che è successo, ma ciò che riteniamo ammissibile. Il probabile, invece, risponde al calcolo, e chi lo dice ventila un esito. Il possibile risponde soltanto all'assenza di smentite, che è il grado minimo di tutti e non impegna nessuno. E l'attendibile non riguarda affatto il fatto, ma la persona: si fida di chi parla, e cade insieme a lui.
Così, per parte nostra, possiamo parlare della ricostruzione verosimile di una serata che nessuno sa più ricostruire con precisione, della scusa verosimile che regge per il tempo che serve, di come sia verosimile che il vaso l'abbia rovesciato il gatto. Con eleganza adombriamo che non si stuzzicheranno indagini. Forse.
D'altro canto il vero non ha bisogno di somigliare a niente. Il verosimile invece deve somiglia — ed è un arduo mestiere.
Sappiamo che nella vita capitano, e non di rado, di quelle coincidenze che messe in un racconto non se le berrebbe nessuno. Se stiamo parlando di fiction, alla pagina non si chiede che le cose siano vere, si chiede che siano verosimili. Sono due affari diversi, e questa parola non meno sofisticata che corrente serve esattamente a distinguerli.
Verosimile è ciò che ha l'aspetto del vero, e che dunque potrebbe esserlo. Attenzione: non è un vero di seconda scelta, un vero diluito. È una somiglianza, e lo dice la parola stessa, che è un latinismo compatto e trasparente — verus più similis, 'somigliante al vero' — arrivato in italiano a inizio Trecento e rimasto lì, immobile e utilissimo, per settecento anni.
La portata del concetto sta nel similis. Il verosimile non fa nessuna promessa sui fatti: si limita a offrire un'impressione di verità, non facendo nemmeno sospettare che il quadro non stia in piedi. Per questo molte correnti letterarie vi hanno costruito molto, sopra: il verosimile è un tenore di fondo imprescindibile, si articola in eventi ma si rapporta con credenze diffuse, aspettative, generi — anche laddove la fantasia è più sfrenata. È il paradosso che conosce chiunque abbia provato a scrivere: il credibile ha bisogno di molto più sostegno del vero. D'altro canto la cronaca è piena di storie che, raccontate, sembrerebbero inventate: una delle esperienze di lettura più stranianti in questo senso che io abbia mai fatto è su La nera di Dino Buzzati — raccolta di suoi articoli di cronaca nera pubblicati su grandi quotidiani, che paiono non meno surreali dei suoi racconti inventati.
Il verosimile è versatile, e con la sua formazione semplice ma eloquente è capace di una notevole profondità filosofica. Il plausibile era in origine ciò che merita approvazione, e ancora oggi riguarda meno la verità di un fatto che l'accettabilità di un'interpretazione: non ciò che è successo, ma ciò che riteniamo ammissibile. Il probabile, invece, risponde al calcolo, e chi lo dice ventila un esito. Il possibile risponde soltanto all'assenza di smentite, che è il grado minimo di tutti e non impegna nessuno. E l'attendibile non riguarda affatto il fatto, ma la persona: si fida di chi parla, e cade insieme a lui.
Così, per parte nostra, possiamo parlare della ricostruzione verosimile di una serata che nessuno sa più ricostruire con precisione, della scusa verosimile che regge per il tempo che serve, di come sia verosimile che il vaso l'abbia rovesciato il gatto. Con eleganza adombriamo che non si stuzzicheranno indagini. Forse.
D'altro canto il vero non ha bisogno di somigliare a niente. Il verosimile invece deve somiglia — ed è un arduo mestiere.