Alleluia

Parole semitiche

al-le-lù-ia

Significato Interiezione dal significato letterale di ‘sia lode a Dio’ presente numerose volte nella Bibbia ebraica; parte specifica della liturgia della messa cattolica che precede la lettura del Vangelo (omessa in tempo di quaresima) e della liturgia greco-ortodossa

Etimologia dall’ebraico Halləluyah, parola composta da hallelu (‘sia lode’) e yah (prima parte del tetragramma sacro che indica il nome di Dio in ebraico e che non va mai né scritto né pronunciato nella sua interezza). La parola è rimasta invariata nei secoli passando attraverso il greco, il latino e diffondendosi in moltissime lingue.

“Non pronunciare il nome del Signore Dio tuo, invano; perché il Signore non riterrà innocente chi pronuncia il suo nome invano”
— Esodo 20,7

Il secondo comandamento ha subito due sorti assai diverse nelle due fedi bibliche: l’ebraismo ha esteso la proibizione di utilizzo del teonimo in modo totalizzante, tanto da rendere completamente impronunciabile il nome di Dio, e perfino la parola ‘Dio’. Nei testi ebraici la si può trovare infatti scritta così: D-o.
Il nome impronunciabile viene chiamato ‘tetragramma biblico’, in quanto composto di quattro lettere derivate dalla radice triconsonantica h – y – h, legata al verbo ‘essere’. In sostituzione del tetragramma vengono dunque utilizzati molti altri termini equivalenti al nostro ‘Signore’, il più diffuso dei quali è ‘Adonai’.

Il cristianesimo, invece, nello sganciarsi dalla ripetitività ritualistica e dal concatenarsi di regole e prescrizioni che regolano la vita ebraica, nei secoli ha fatto prendere al secondo comandamento il profilo di un più generico (ma non meno articolato) ‘non bestemmiare’. È peraltro interessante notare come nell’Islam si esprima un fenomeno marcatamente inverso, cioè si incoraggi ad usare ricorrentemente il teonimo Allah nei discorsi quotidiani, che sia l’augurio insh’Allah (se Dio vuole) o l’esclamazione di gratitudine alhamdulillah (grazie a Dio o che sia lode a Dio). Quest’ultima ha una notevole assonanza con alleluia, e non penso che ci si possa stupire nello scoprire che, alla fine dei conti, significano la stessa cosa.

Alleluia si compone di due parole: la prima è costituita dalla seconda persona plurale maschile dell’imperativo del verbo hillel che esorta un gruppo di uomini a lodare (ecco l’altra parola) Yah – oppure Jah, cioè Dio. Egli è indicato usando solo la prima parte del suo nome per non commettere, appunto, il peccato di pronunciarlo. Piccola precisazione: se quel Yah, o Jah, vi echeggia di qualche canzone raggae, non vi state sbagliando. Jah è infatti anche il nome di Dio nella religione rastafari. E sempre da lì viene il teonimo Geova… insomma, si tratta davvero di un albero con rami che si estendono nelle direzioni della fede e della musica, molto spesso intrecciandosi tra loro.

Certo, alleluia è un’interiezione che ormai è anche usata oltre le mura di chiese e sinagoghe, e in toni ironici, financo blasé: «Alleluia, hanno trovato parcheggio e stanno arrivando, a breve potremo iniziare a mangiare»; «Sono andato a lavare la macchina.» «Oh, alleluia, ti sei deciso…!».

Parola pubblicata il 06 Novembre 2020

Parole semitiche - con Maria Costanza Boldrini

Parole arabe, parole ebraiche, giunte in italiano dalle vie del commercio, della convivenza e delle tradizioni religiose. Con Maria Costanza Boldrini, dottoressa in lingue, un venerdì su due esploreremo termini di ascendenza mediorientale, originari del ceppo semitico.