Ultimo

ùl-ti-mo

Che è alla fine di una sequenza di elementi o di una progressione; definitivo; il più remoto; sommo, estremo; fondamentale

voce dotta recuperata dal latino ultimus 'estremo, ultimo', con valore superlativo, secondo alcuni dall'aggettivo ulter 'che si trova al di là', secondo altri derivato dell'avverbio ultra 'oltre, al di là'.

Chiusi nel pacchetto della parola più comune ci possiamo portare in testa concetti tutt'altro che lineari.

Ora, l'aggettivo 'ultimo' è stato recuperato e adattato dal latino alla lingua italiana agli inizi del Trecento. E anche se non lo percepiamo più come tale, aveva un grado superlativo: con un'approssimazione che pare esagerata ma che non si scosta molto dal vero, l'ultimo sarebbe insomma un 'oltrissimo'. Il che è strano, perché fra il nostro 'ultimo' di oggi e quel superlativo che, riportato ad oggi, dovrebbe suonare 'oltrissimo' (già difficile da immaginare, come aggettivo), c'è uno scarto semantico sottile ma profondo.

L'oltre è già al di là, è già sull'altro lato di una cesura, di un'interruzione, di un limite, di un segno. Nella nostra esperienza l'ultimo, invece, per quanto giunga alla fine di una sequenza o di una progressione è incluso nella sequenza o progressione. L'ultimo a tagliare il traguardo è ultimo dei partecipanti, l'ultimo momento della vita è un momento della vita, l'ultima uscita è la più recente fra le uscite. Nell'ultimo non c'è quella soluzione di continuità che è invece la cifra distintiva dell'oltre.

Ciò che compie il termine 'ultimo' - e mi ripeto, è tutto lì, nascosto nella sua ordinarietà - è indicarci la punta della coda di un biscione (una coda continua, su cui puoi scorrere sopra un dito senza alzarlo dalla testa fino alla punta) proponendoci la finzione (non sempre) iperbolica che quella coda arrivi così tanto dopo il resto da essere oltre, anzi, oltrissimo. Una fine così finale (in alto o in basso, avanti o indietro, recente o remota) che è già un'altra storia. E in realtà questo è abbastanza evidente nelle sue estensioni di significato.

L'ultima parola non è semplicemente quella che la cronaca registra come conclusiva: è quella decisiva, definitiva, è quella che fa saltare i piatti della bilancia e rende irrilevante ciò che è stato pronunciato prima; le ultime notizie rispetto alle precedenti mostrano lo scarto incolmabile (per qualche ora) di essere presenti e non passate; se dico che quella è la mia ultima preoccupazione, non ho fatto una lista analitica completa, ma inizio dal fondo isolando quella preoccupazione in un oltre da non considerare; e anche parlando delle cime ultime dell'arte, dello scopo ultimo della vita, non si parla di vette accessibili con una scala ininterrotta, ma di impensabili guglie e fondamenti che sono terribilmente oltre, in un oltre sommo.

Davvero curioso come una parola così usata sia una chimera che mette così tanto alla prova il pensiero sottile.

Parola pubblicata il 29 Novembre 2018

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