Crai

crài

Significato Varietà linguistica: salentino — Domani

Etimologia dal latino cras.

Oggi parliamo di cronodeissi, che è uno di quei paroloni che piacciono tanto ai linguisti, che la usano per non farsi capire. A loro discolpa, una buona parte di essi dicono, e forse a ragione, che il linguaggio non serve affatto a comunicare. O almeno lo scopo per cui si è sviluppato sarebbe stato primariamente l’organizzazione del pensiero complesso: a riprova di questo si osserva che moltissimi animali comunicano in modo anche estremente raffinato ed efficiente senza aver bisogno di un sistema sintattico ricorsivo, che è in possesso solo della specie umana. Spesso nell’evoluzione e nella scienza gli effetti collaterali non sono affatto indesiderati: il caso più famoso è quello del sildenafil, nome commerciale ‘Viagra’, sperimentato inizialmente per l’angina pectoris e l’ipertensione. Ma noi vogliamo restare rigorosamente sul glottologico ricordando che in sanscrito vyāghraḥ (व्याघ्र:) vuol dire ‘tigre’.

Cronodeissi dunque, ‘indicazioni di tempo’, di passato, presente e futuro. Limitiamoci per ora al futuro.

Per ‘domani’, nei dialetti italiani abbiamo due tipologie. Questa di oggi, minoritaria in quanto presente solo in una parte del sud, particolarmente in Puglia e in Sardegna, derivata direttamente dal latino cras; e quella maggioritaria e dell’italiano standard, basata sul latino de mane, nient’altro che ‘di mattina’. Se l’etimologia del tipo ‘domani’ è, appunto, chiarissima, lo è un po’ meno la motivazione. Mi sono sempre chiesto perché moltissime lingue facciano coincidere il concetto di ‘giorno dopo oggi’ con quello di ‘[prossima] mattina’: avviene anche anche nelle lingue moderne: morgen in tedesco vuol dire ‘domani’ e, se scritto con la maiuscola, ‘mattina’; tutti conoscono il mañana spagnolo, e anche l’inglese tomorrow è etimologicamente analizzabile, anche se non più trasparente, come un ‘alla mattina’. Mi diverte immaginare, scherzosamente — ma forse non tanto visto come è andata la storia della lingua — un mondo tradizionale in cui si procrastinava meno di oggi. Per cui, se era mattina, le cose si facevano subito; se era già pomeriggio non si poteva far altro che rimandarle alla mattina, che era necessariamente la mattina... di domani: certamente l’assenza di luce artificiale rendeva la giornata attiva e lavorativa molto più spostata verso le ore antimeridiane rispetto a quello che è per noi oggi. Ma queste sono fantasie mie.

Quello che invece pare assolutamente vero, e piuttosto curioso, è come i dialetti, e le culture tradizionali chiamano i giorni immediatamente futuri. La tipologia classica è un domani e un dopodomani, con varianti del tipo posdomani / poidomani. I dialetti che usano cras hanno forme come poscraje, poscrai e simili; il sardo fa come al solito di testa sua e per ‘dopodomani’ ha barigadu, che pare sia legato etimologicamente a ‘valicare’. Fin qui non eccessivamente eccitante, se non fosse che ci sono alcuni dialetti meridionali, o almeno così dice la letteratura dialettologica, che hanno termini specifici, rarissimi a quanto pare nelle lingue del mondo, anche per indicare ‘tra tre giorni’, cioè il giorno dopo dopodomani, e ‘tra quattro giorni’, cioè il giorno dopo ancora, e addirittura, in un caso, 'tra cinque giorni'. Rohlfs per Nardò nel Salento riporta la serie — leggendaria — crai, puscrai, puscriddhi, puscriddhuzzu, puscriddhòne.

Chi ha fatto il catechismo e conosce il Credo cattolico ha nella mente la formula ‘...e il terzo giorno è risuscitato…’, che mi infastidiva un po’, da bambino. “Ma scusa babbo, se è morto di venerdì e risuscitato di domenica… insomma, se siamo a venerdì, domenica è dopodomani, mica tra tre giorni”. E allo stesso modo, a Firenze, ma di certo in moltissime altre varietà locali, per riferirsi allo stesso giorno di oggi, ma nella settimana ventura, si dice(va) oggi a otto. Ma non s’era detto che la settimana era di sette giorni? Certo, ma i Romani praticavano il cosiddetto ‘conteggio inclusivo’, anche nel sistema, complicatissimo, delle date con le Calende e le Idi: in sostanza non contavano ‘i giorni completi mancanti’, come facciamo tendenzialmente noi, pur con qualche incertezza, ma i giorni da attraversare da oggi — incluso — fino al giorno obiettivo. Questa cosa, che meriterebbe un approfondimento, è in ultima analisi motivata dal fatto che i Romani non avevano chiaro, algebricamente, il concetto di ‘zero’ nella numerazione, per il quale non disponevano infatti nemmeno di un segno grafico. Curioso, se uno ci pensa, perché non sembra volerci Eulero o Gauss per capire che se ho tre mele e ne tolgo tre, ne rimane… nessuna: e quindi capire che se 3 - 2 fa 1, allora 3 - 3 deve fare uno di meno di uno, cioè zero. Bene, questa cosa non è stata affatto chiara per secoli, per millenni.

Parola pubblicata il 09 Marzo 2026

Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli

L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.