Diteggiare

di-teg-già-re (io di-tég-gio)

Significato Segnare su uno spartito i numeri o le lettere che identificano le dita da usare per suonare una composizione musicale; muovere le dita suonando uno strumento musicale, o figuratamente in un movimento analogo

Etimologia da dito, che deriva dal latino dĭgĭtu(m), col suffisso -eggiare.

Fuori dal campo musicale si può contemplare il verbo ‘diteggiare’ non solo rincorrendo un registro aulico e poetico, con cui magari rendiamo come l’aurora diteggi di rosa il limpido cielo; lo possiamo coinvolgere anche quando parliamo del diteggiare sommesso che arriva dallo studio, o che regna in ufficio quando nessuno parla tranne le tastiere. E certo anche il pargolo di casa può diteggiare sul tavolino, imitando i pianisti. Ma qui ormai ci avviciniamo al significato originale.

Il verbo diteggiare è un conio ottocentesco, composto unendo dito con il suffisso -eggiare. L’azione che descrive, però, si perde in un passato più remoto: studiare passaggi difficili o rapidi, ripetendoli molte volte sempre allo stesso modo, è un esercizio inevitabile per chi suona uno strumento… che spesso si traduce in un feroce supplizio per i vicini di casa.

Del resto, solo così il musicista può acquisire sicurezza e fluidità; la ripetizione è una pratica per automatizzare il gesto, un processo di memorizzazione ‘meccanica’ non dissimile da quello della memoria verbale, anche se più complesso. L’arte di diteggiare, che consiste nel definire una diteggiatura, permette di razionalizzare quel gesto, riducendo i rischi di errore.

Per secoli l’arte di disporre le dita su uno strumento è stata trasmessa oralmente oppure per imitazione, da maestro ad allievo. Il Fundament Buch, manoscritto per tastiera di Hans Buchner (1551), è la prima attestazione di norme in proposito, mentre il Transilvano di Girolamo Diruta (1593) distingueva «quali siano le dita buone, e cattive» per suonare. Le antiche diteggiature per tastiera tenevano infatti conto di vari fattori, tra cui l’ineguale lunghezza delle dita.

Da allora, epoche e strumenti diversi hanno prodotto diteggiature differenti: per tastiere (cembali, pianoforti, organi), per cordofoni (ad arco e a pizzico) e per fiati (con e senza chiavi o pistoni). Difficile da credere, ma si dice che un virtuoso come Wilhelm Friedemann Bach (primogenito di Johann Sebastian), riuscisse a suonare un allegro sull’organo a stupefacente velocità usando solo il 3° e 4° dito.

Per i fiati i criteri erano diversi, così come per gli archi. Per esempio, in passato una scala cromatica sul violino era diteggiata così:

Il semitono cromatico veniva eseguito con lo stesso dito, e l’intonazione risultava approssimativa, con un effetto di glissando. Oggi la stessa scala viene diteggiata in modo da articolare e intonare ogni suono:

Prima che nascesse il termine diteggiare, si usava il sinonimo digitare. Una rivista del 1821 riferiva proprio che L’Allievo al clavicembalo di Bonifazio Asioli presenta 24 sonatine «coi numeri indicanti la maniera di digitare». Nel corso del secolo lo sviluppo delle tecniche strumentali, l’evoluzione dell’organologia e il progresso del pensiero scientifico portarono così alla sistematizzazione del metodo di studio. Il virtuosismo che ne derivò consacrò figure divine come Paganini o Chopin.

La diteggiatura si realizza apponendo numeri vicino alle note. Per esempio negli strumenti a tastiera di solito si usano le cifre da 1 (pollice) a 5 (mignolo), mentre per la chitarra le dita della mano sinistra si numerano da 1 a 4 (il pollice è dietro al manico), ma per la mano destra si usano le lettere. Perciò una giovane chitarrista, scherzando, confessò: «finalmente ho capito che p-i-p-i significa pollice-indice-pollice-indice!»

Questo lavoro di cesello spesso si stabilisce (quasi) definitivamente in corso di studio; su alcuni strumenti la stessa nota può essere suonata in posizioni diverse, producendo ‘colori’ e sfumature differenti. Dunque, pur costituendo un’integrazione pedagogica, la diteggiatura è anche il momento in cui la tecnica diventa scelta personale, e riflette sia una determinata epoca che una precisa idea di suono.

E forse chissà, fuori dell’ambito musicale, gli artisti della finger-painting, tecnica in cui il pittore lavora con le dita nude, senza pennelli, non fanno altro che diteggiare.

Parola pubblicata il 01 Febbraio 2026

Le parole della musica - con Antonella Nigro

La vena musicale percorre con forza l'italiano, in un modo non sempre semplice da capire: parole del lessico musicale che pensiamo quotidianamente, o che mostrano una speciale poesia. Una domenica su due, vediamo che cos'è la musica per la lingua nazionale