SignificatoPaura intensa, persistente e irrazionale nei confronti di un oggetto, una situazione o un essere vivente; in senso esteso, avversione o ostilità marcata verso qualcosa o qualcuno
Etimologia dal greco φόβος, (phóbos), ‘panico, paura’.
La fobia è una paura, certo, ma non una paura normale che ci tiene in vita segnalando pericoli reali, è una paura che ha smesso di essere proporzionata alla minaccia e si è trasformata in qualcosa di più invadente e paralizzante, a tratti invalidante. È la paura che diventa padrona.
L'etimologia ci porta al greco phóbos, che significa appunto paura, terrore. Nella mitologia greca, Phobos era una divinità, figlio di Afrodite e di Ares (il dio della guerra), che accompagnava il padre in battaglia insieme alla dea della guerra, Enyo, alla dea della discordia, Eris, e al fratello Deimos, il terrore. Erano loro a diffondere il panico tra i soldati nemici e Phobos era la paura personificata, quella che ti paralizza, togliendoti ogni minimo controllo.
In psicologia, la fobia è definita come una paura intensa, persistente e irrazionale verso un oggetto, una situazione o un'attività specifici. La differenza cruciale tra paura e fobia sta proprio nella proporzionalità; potremmo dire che avere paura di un leone che ti corre incontro è sano, oserei dire adattivo, mentre avere paura di un gattino è una vera e propria fobia, ailurofobia, per la precisione (in greco áilouros è ‘gatto’). Chi ne soffre spesso riconosce l’irrazionalità della propria reazione, ma non riesce a dominarla.
Le fobie si dividono in categorie. Ci sono le fobie specifiche: paura degli animali (zoofobia), delle altezze (acrofobia), del buio (nictofobia),degli spazi chiusi (claustrofobia), del sangue (ematofobia), di volare (aerofobia), degli aghi (tripanofobia). Poi ci sono le fobie sociali: paura di situazioni in cui si è esposti al giudizio altrui, di parlare in pubblico, di essere osservati mentre si mangia. E infine l'agorafobia, che non è 'paura degli spazi aperti' come spesso si pensa, ma paura di trovarsi in situazioni da cui sarebbe difficile fuggire o ricevere aiuto in caso di attacco di panico.
Il catalogo delle fobie è sterminato e a tratti bizzarro. C'è chi ha paura dei bottoni (koumpounofobia, pare ne soffrisse Steve Jobs), chi dei palloncini (globofobia), chi dei buchi (tripofobia, sì ne soffro anche io), chi del numero 13 (triscaidecafobia), chi delle bambole e dei manichini (pediofobia), chi addirittura delle parole lunghe (hippopotomonstrosesquippedaliofobia — e qui si sospetta un certo sadismo da parte di chi ha coniato il termine). Alcune fobie sembrano quasi comiche, ma per chi le vive sono reali.
Il suffisso -fobia è diventato incredibilmente produttivo nella lingua moderna. Possiamo attaccarlo praticamente a qualsiasi parola per indicare la paura di quella cosa. È un meccanismo linguistico creativo che ci permette di dare un nome, e quindi di riconoscere e catalogare, paure anche molto specifiche e particolari. Ma negli ultimi decenni ha preso una piega diversa, scivolando dall'ambito clinico a quello sociale e politico. Oggi usiamo termini come omofobia, transfobia, xenofobia, islamofobia, ginofobia (paura delle donne, che se sono attraenti diventa venustrafobia) non per descrivere paure patologiche in senso medico, ma per indicare forme di pregiudizio, discriminazione, ostilità verso determinati gruppi di persone. Qui c'è uno slittamento semantico importante. L'omofobia non è la paura irrazionale delle persone omosessuali nello stesso senso in cui l'aracnofobia è paura dei ragni. È piuttosto avversione, ostilità, rifiuto, pregiudizio, per cui gli effetti negativi sono avvertiti non solo (e in questo caso non tanto) da colui che ne è affetto, quanto da coloro verso cui questo pregiudizio è rivolto. Eppure abbiamo scelto di chiamarla 'fobia'.
Perché questa scelta lessicale? Probabilmente perché il termine 'fobia' medicalizza il fenomeno, suggerendo che si tratti di qualcosa di irrazionale (e lo è), ma anche di qualcosa che sfugge al controllo della persona (e qui il discorso si complica). Chiamare qualcuno 'omofobo' implica che il suo atteggiamento sia patologico e irrazionale, muovendo verso quella che è a tutti gli effetti una strategia retorica ben chiara: trasformare un comportamento sociale in un sintomo clinico. Alcuni infatti criticano la scelta, che rischia di deresponsabilizzare quelle che sono ideologie, spesso comportamenti, per i quali si dovrebbe essere assolutamente responsabili. La fobia clinica è una cosa seria, un disturbo invalidante, e usare lo stesso termine per descrivere posizioni politiche o preferenze personali rischia di banalizzare la condizione di chi soffre realmente di fobie.
La fobia clinica, infatti, spesso si può curare attraverso terapie e tecniche di esposizione graduale, di desensibilizzazione. La fobia sociale e politica è più complicata: richiede educazione, confronto, smantellamento di stereotipi, coraggio di mettersi in discussione. Forse avere un nome è un primo passo per aprire il dibattito?
La fobia è una paura, certo, ma non una paura normale che ci tiene in vita segnalando pericoli reali, è una paura che ha smesso di essere proporzionata alla minaccia e si è trasformata in qualcosa di più invadente e paralizzante, a tratti invalidante. È la paura che diventa padrona.
L'etimologia ci porta al greco phóbos, che significa appunto paura, terrore. Nella mitologia greca, Phobos era una divinità, figlio di Afrodite e di Ares (il dio della guerra), che accompagnava il padre in battaglia insieme alla dea della guerra, Enyo, alla dea della discordia, Eris, e al fratello Deimos, il terrore. Erano loro a diffondere il panico tra i soldati nemici e Phobos era la paura personificata, quella che ti paralizza, togliendoti ogni minimo controllo.
In psicologia, la fobia è definita come una paura intensa, persistente e irrazionale verso un oggetto, una situazione o un'attività specifici. La differenza cruciale tra paura e fobia sta proprio nella proporzionalità; potremmo dire che avere paura di un leone che ti corre incontro è sano, oserei dire adattivo, mentre avere paura di un gattino è una vera e propria fobia, ailurofobia, per la precisione (in greco áilouros è ‘gatto’). Chi ne soffre spesso riconosce l’irrazionalità della propria reazione, ma non riesce a dominarla.
Le fobie si dividono in categorie. Ci sono le fobie specifiche: paura degli animali (zoofobia), delle altezze (acrofobia), del buio (nictofobia),degli spazi chiusi (claustrofobia), del sangue (ematofobia), di volare (aerofobia), degli aghi (tripanofobia). Poi ci sono le fobie sociali: paura di situazioni in cui si è esposti al giudizio altrui, di parlare in pubblico, di essere osservati mentre si mangia. E infine l'agorafobia, che non è 'paura degli spazi aperti' come spesso si pensa, ma paura di trovarsi in situazioni da cui sarebbe difficile fuggire o ricevere aiuto in caso di attacco di panico.
Il catalogo delle fobie è sterminato e a tratti bizzarro. C'è chi ha paura dei bottoni (koumpounofobia, pare ne soffrisse Steve Jobs), chi dei palloncini (globofobia), chi dei buchi (tripofobia, sì ne soffro anche io), chi del numero 13 (triscaidecafobia), chi delle bambole e dei manichini (pediofobia), chi addirittura delle parole lunghe (hippopotomonstrosesquippedaliofobia — e qui si sospetta un certo sadismo da parte di chi ha coniato il termine). Alcune fobie sembrano quasi comiche, ma per chi le vive sono reali.
Il suffisso -fobia è diventato incredibilmente produttivo nella lingua moderna. Possiamo attaccarlo praticamente a qualsiasi parola per indicare la paura di quella cosa. È un meccanismo linguistico creativo che ci permette di dare un nome, e quindi di riconoscere e catalogare, paure anche molto specifiche e particolari. Ma negli ultimi decenni ha preso una piega diversa, scivolando dall'ambito clinico a quello sociale e politico. Oggi usiamo termini come omofobia, transfobia, xenofobia, islamofobia, ginofobia (paura delle donne, che se sono attraenti diventa venustrafobia) non per descrivere paure patologiche in senso medico, ma per indicare forme di pregiudizio, discriminazione, ostilità verso determinati gruppi di persone. Qui c'è uno slittamento semantico importante. L'omofobia non è la paura irrazionale delle persone omosessuali nello stesso senso in cui l'aracnofobia è paura dei ragni. È piuttosto avversione, ostilità, rifiuto, pregiudizio, per cui gli effetti negativi sono avvertiti non solo (e in questo caso non tanto) da colui che ne è affetto, quanto da coloro verso cui questo pregiudizio è rivolto. Eppure abbiamo scelto di chiamarla 'fobia'.
Perché questa scelta lessicale? Probabilmente perché il termine 'fobia' medicalizza il fenomeno, suggerendo che si tratti di qualcosa di irrazionale (e lo è), ma anche di qualcosa che sfugge al controllo della persona (e qui il discorso si complica). Chiamare qualcuno 'omofobo' implica che il suo atteggiamento sia patologico e irrazionale, muovendo verso quella che è a tutti gli effetti una strategia retorica ben chiara: trasformare un comportamento sociale in un sintomo clinico. Alcuni infatti criticano la scelta, che rischia di deresponsabilizzare quelle che sono ideologie, spesso comportamenti, per i quali si dovrebbe essere assolutamente responsabili. La fobia clinica è una cosa seria, un disturbo invalidante, e usare lo stesso termine per descrivere posizioni politiche o preferenze personali rischia di banalizzare la condizione di chi soffre realmente di fobie.
La fobia clinica, infatti, spesso si può curare attraverso terapie e tecniche di esposizione graduale, di desensibilizzazione. La fobia sociale e politica è più complicata: richiede educazione, confronto, smantellamento di stereotipi, coraggio di mettersi in discussione. Forse avere un nome è un primo passo per aprire il dibattito?