Etimologia voce dotta recuperata dal latino hiemalis ‘invernale’, derivato di hiems ‘inverno’, dalla stessa radice di hibernus, da cui, per via popolare, il nostro inverno.
Che fatica avere una sola parola per dire una certa cosa. È peggio che avere un vestito solo, che devi farti andare bene in ogni occasione, formale o triviale che sia: dentro deve starci ogni pensiero che riguarda quel tratto di mondo.
Noi usiamo l'aggettivo invernale per indicare ciò che è relativo all'inverno. Sport invernali, piumini invernali, pneumatici invernali; ma anche venti invernali, luci invernali, atmosfere invernali. È una qualità altamente composita. E affollata. Se volessimo qualcos'altro?
Allora, lo iemale è una possibilità piuttosto... elaborata. Ha avuto la sua vita, condotta con discrezione, specie negli ambiti dell'astronomia e della meteorologia fin dal Trecento (invernale, curiosamente, è della seconda metà del Cinquecento). Boccaccio ci poteva parlare dei diletti a disposizione «nel iemale tempo» (questione allora più pressante di oggi), mentre Galileo si lamentava di «questa sottilissima aria iemale, crudissima inimica alla mia testa» (povero!).
Se oggi siamo ancora a tirarlo in ballo è per un paio di motivi. Il primo è il recupero da parte della corrente artistica dell'estetismo, fra fine Ottocento e primo Novecento — come fa D'Annunzio se non ci può parlare della «vitrea serenità iemale»? È sotto un treno. Il secondo è che in inglese hiemal (con omologhi anche in altre lingue), pur se parimenti ricercato, pare un po' più vivace — fosse anche solo per mere questioni di quantità. Infatti è un riferimento ricorrente in diversi ambiti scientifici. Ad esempio, in botanica. E in effetti anche da noi iemale è un aggettivo che si trova attribuito alle piante — in particolare col senso di 'sempreverde'. Mostra una certa eleganza, a confronto col sempreverde stesso (molto didascalico) e col persistente.
Certo, la sua altezza fa sì che resti poco aderente alla concretezza dell'inverno; si presta a cogliere situazioni, tendenze, aure. Potrei parlare (torniamo a Boccaccio) dei divertimenti iemali che programmiamo per quando non si starà più bene all'aperto (ammassando giochi da tavolo), di certi conforti iemali che pregustiamo alle prime foglie gialle, delle notti iemali in cui c'è tempo per tutto.
È un modo di dirla che porta su un sentiero meno battuto; il senso è sempre quello, ma ecco che la dimensione non è più quella scontata e calendariale dell'inverno. Certo serve l'occasione giusta, per usare questa parola — il rischio non remoto è esser poco compresi. Ma non viviamo perché ogni nostro pensiero sia solo prosa immediata e trasparente. Talvolta qualche esperienza, qualche carattere d'inverno merita un fuoripista.
Che fatica avere una sola parola per dire una certa cosa. È peggio che avere un vestito solo, che devi farti andare bene in ogni occasione, formale o triviale che sia: dentro deve starci ogni pensiero che riguarda quel tratto di mondo.
Noi usiamo l'aggettivo invernale per indicare ciò che è relativo all'inverno. Sport invernali, piumini invernali, pneumatici invernali; ma anche venti invernali, luci invernali, atmosfere invernali. È una qualità altamente composita. E affollata. Se volessimo qualcos'altro?
Allora, lo iemale è una possibilità piuttosto... elaborata. Ha avuto la sua vita, condotta con discrezione, specie negli ambiti dell'astronomia e della meteorologia fin dal Trecento (invernale, curiosamente, è della seconda metà del Cinquecento). Boccaccio ci poteva parlare dei diletti a disposizione «nel iemale tempo» (questione allora più pressante di oggi), mentre Galileo si lamentava di «questa sottilissima aria iemale, crudissima inimica alla mia testa» (povero!).
Se oggi siamo ancora a tirarlo in ballo è per un paio di motivi. Il primo è il recupero da parte della corrente artistica dell'estetismo, fra fine Ottocento e primo Novecento — come fa D'Annunzio se non ci può parlare della «vitrea serenità iemale»? È sotto un treno.
Il secondo è che in inglese hiemal (con omologhi anche in altre lingue), pur se parimenti ricercato, pare un po' più vivace — fosse anche solo per mere questioni di quantità. Infatti è un riferimento ricorrente in diversi ambiti scientifici. Ad esempio, in botanica. E in effetti anche da noi iemale è un aggettivo che si trova attribuito alle piante — in particolare col senso di 'sempreverde'. Mostra una certa eleganza, a confronto col sempreverde stesso (molto didascalico) e col persistente.
Certo, la sua altezza fa sì che resti poco aderente alla concretezza dell'inverno; si presta a cogliere situazioni, tendenze, aure.
Potrei parlare (torniamo a Boccaccio) dei divertimenti iemali che programmiamo per quando non si starà più bene all'aperto (ammassando giochi da tavolo), di certi conforti iemali che pregustiamo alle prime foglie gialle, delle notti iemali in cui c'è tempo per tutto.
È un modo di dirla che porta su un sentiero meno battuto; il senso è sempre quello, ma ecco che la dimensione non è più quella scontata e calendariale dell'inverno. Certo serve l'occasione giusta, per usare questa parola — il rischio non remoto è esser poco compresi. Ma non viviamo perché ogni nostro pensiero sia solo prosa immediata e trasparente.
Talvolta qualche esperienza, qualche carattere d'inverno merita un fuoripista.