Sentimento

sen-ti-mén-to

Significato Facoltà del sentire; moto emotivo; facoltà, sfera emotiva; coscienza; modo di pensare

Etimologia dal latino sentire ‘percepire, intendere, ritenere, giudicare’.

Cosa significhi ‘sentimento’ lo sappiamo tutti. Se apriamo il Treccani alla voce relativa, infatti, troviamo esempi d’uso come i cinque sentimenti, perdere i sentimenti (svenire), avere un alto sentimento del dovere, essere privo di sentimento morale. No, un momento… in quei casi non dovremmo usare piuttosto ‘senso’? Oggi ci suona strano, ma le due parole sono da sempre sinonime, in quanto sorelle nell’etimo: ‘sentimento’ viene da sentire, di cui sensus è il participio passato in latino. Sentimento, dunque, è ciò che sentiamo interiormente: un concetto vasto, che va dall’emozione all’opinione, dalla percezione alla coscienza stessa. E poi c’è il sentimento come facoltà dell’animo, opposta alla ragione, ed è questo che ci interessa di più in ambito filosofico.

Fu il francese Blaise Pascal (1623-1662) a dare per primo quest’accezione al termine, chiamandolo anche esprit de finesse (spirito di finezza) o ‘cuore’, perché in grado di cogliere intuitivamente aspetti dell’esistenza preclusi all’esprit de géométrie (spirito geometrico) della ragione: «Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce». L’intuizione pascaliana fu poi raccolta da Anthony Ashley Cooper, terzo conte di Shaftesbury (1671-1713), capostipite della scuola britannica dei ‘sentimentalisti’ (no, non era un circolo di signorini e signorine ipersensibili e svenevoli: quella è un’accezione di ‘sentimentalismo’ nata nell’Ottocento). Shaftesbury riteneva che esistesse un’inclinazione, un istinto di natura emotiva, non razionale, per il quale coniò l’espressione moral sense (senso o sentimento morale), grazie a cui discerniamo intuitivamente il bene dal male, analogamente a come il senso estetico distingue il bello dal brutto.

A dare sostanza filosofica al sentimentalismo morale provvide qualche decennio più tardi un pensatore di ben altro calibro, lo scozzese David Hume (1711-1776), che estese la disputa empirismo-razionalismo anche al campo dell’etica. Per i razionalisti, convinti che la ragione sia legislatrice in ogni cosa, i principî morali sono universali, eterni e rigorosamente dimostrabili come i teoremi della geometria. Le passioni, in questa prospettiva, sono un inciampo, qualcosa che la ragione deve domare, come plasticamente descritto nel mito platonico della biga alata, in cui la ragione funge da auriga tenendo a bada le parti emotive e passionali dell’anima.

Per l’empirismo, invece, tutta la nostra conoscenza deriva dalle percezioni: come le sensazioni sono impressioni esterne, così le passioni sono impressioni interne, e sono esse a determinare l’azione. Fondamento dell’etica non è la ragione – che non determina gli scopi di ciascuno ma si limita a indicare i modi migliori per ottenerli – bensì il sentimento. Hume definisce la ragione «schiava delle passioni», e insensata l’idea di un conflitto tra ragione e sentimento. Ciò che di solito definiamo ‘comportamento ragionevole’ altro non è che il prevalere di passioni tranquille (che mirano al piacere di lungo periodo) su quelle violente (volte al piacere immediato).

Non solo: oltre a non essere la fonte delle azioni morali, la ragione non è neppure strumento di valutazione, perché virtù e vizio non si deducono razionalmente come il giusto e lo sbagliato delle scienze esatte. Valutare qualcosa come moralmente buono o cattivo vuol dire provare in sua presenza un’impressione di piacere o dispiacere: come il senso del gusto approva o disapprova certi sapori trovandoli piacevoli o spiacevoli, così fa il senso morale con le azioni; l’approvazione morale, quindi, è un tipo specifico di sensazione piacevole, nulla più.

Un ritratto di David Hume, dipinto da Allan Ramsay nel 1766. Non possiamo dire che sia bello, ma solo, nel caso, che ci dà una sensazione piacevole.

Avvertiamo su di noi l’ombra arcigna del dito alzato dei razionalisti etici: dunque l’etica sarebbe solo una questione di gusti?! Ma Hume non si lascia intimidire: la morale di un empirista è descrittiva, non prescrittiva come quella dei razionalisti; sono semmai questi ultimi – ribatte – a dover spiegare la disinvoltura con cui, nei loro libri, passano dalla descrizione della natura umana ai precetti morali, dall’essere al dover essere. E poi, Hume non pensa affatto che la morale sia una questione di gusti individuali: il senso morale è un impulso per natura non egoistico perché plasmato dalla simpatia (in senso etimologico: com-passione; oggi diremmo empatia), un sentimento naturale per cui gli esseri umani sono «come specchi gli uni rispetto agli altri», immedesimandosi nei sentimenti altrui.

Quanto questa visione sia non solo attuale, ma anche potenzialmente benefica, si può constatare leggendo Menti tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione (2012) di Jonathan Haidt, psicologo sociale statunitense, il quale, partendo da una prospettiva dichiaratamente humiana per cui «l’intuizione (…) è la principale causa del giudizio morale» e quindi «la ragione è schiava delle intuizioni» (cioè di sentimenti morali automatici, non ragionati), ne conclude che se ci rendessimo conto di essere tutti nella stessa barca sentimentale smetteremmo di pensare «che nell’altro schieramento siano tutti ciechi alla verità, alla ragione, alla scienza e al buonsenso» e litigheremmo molto meno. Forse.

Parola pubblicata il 26 Luglio 2022

Le parole e le cose - con Salvatore Congiu

I termini della filosofia, dai presocratici ai giorni nostri: l’obiettivo è sfilare parole e concetti dalle cassette degli attrezzi dei filosofi per metterli nelle nostre — rendendo ragione della dottrina con la quotidianità. Con Salvatore Congiu, un martedì su due.