Seraue

se-ràu-e (pronuncia 'sëràuë')

Significato Varietà linguistica: francoprovenzale di Faeto (FG) — Sorella

Etimologia derivato dal latino sorella, diminutivo del latino volgare sora, per il classico soror.

Cercando nell’AIS, l’Atlante Linguistico Italiano, opera tanto colossale quanto leggendaria, per realizzare la quale tre studiosi tedeschi negli anni ‘20 e ‘30 hanno girato l’Italia somministrando (si dice così) un questionario di 1600 domande in 406 diverse località, mi sono soffermato sulla sezione dedicata ai singenionimi, parola da UPAG, che significa ‘sostantivi che indicano parentela’. Per chi è interessato, l’AIS si trova online con anche bellissime cartine geografiche, e sulle parentele si possono consultare quelle tra la 5 e la 35. Guardando la cartina 14, dal titolo ‘tua sorella, le tue sorelle’ si nota come ci sia una straordinariamente scarsa varietà di forme dialettali, le quali, a parte differenze superficiali, si possono tutte ricondurre al tipo ‘sora’ e al tipo ‘sorella’ (col sardo che ha un sorre appena diverso) . Proprio per ‘farlo strano’ sono andato a prendere quella di Faeto, località del Subappennino Dauno (provincia di Foggia) dove parlano un dialetto… lionese. Avete letto bene, una guarnigione proveniente da zone presumibilmente tra Lione e Ginevra viene trasferita là nel XIII secolo, si mischia con la popolazione locale ma di base riesce a mantenere la lingua fino ai nostri giorni. Ma a ben vedere, pur avendo la parola subito delle modifiche, in particolare il passaggio tipico ‘francese’ di -l- a -u- (pensate a haut per ‘alto’ o chaud per ‘caldo’) si riconosce bene ‘sorella’.

Sia ‘sorella’ sia ‘fratello’ (e parzialmente ‘figlio’) derivano spesso, ma non sempre, dalla forma diminutiva del latino: una ‘sorella’ è necessariamente una sorellina quando arriva in famiglia, così come un ‘fratello’ è un fratellino e un ‘figlio’ è un ‘figliolo’, come ancora si dice per esempio a Firenze. Nella frase d’esempio si vede che a Faeto per ‘fratello’ non si usa la forma originariamente diminutiva: in frare infatti si riconosce ‘frater’, non ‘fratellus’.

I singenionimi sono una vera ossessione per gli antropologi e i linguisti: per gli antropologi perché la strutturazione dei nomi di parentela ci illumina su come la cultura organizza i rapporti familiari e matrimoniali, e per i linguisti perché i questi particolari sostantivi hanno proprio delle caratteristiche tutte loro rispetto agli altri: infatti i diligenti linguisti d’inizio secolo, a Faeto a dorso di mulo, non chiedevano ai loro informatori ‘come dici sorella?’, ma ‘come dici tua sorella?’ e ‘le tue sorelle?’

Un vero rompicapo: alcuni dialetti vogliono il possessivo prima del nome (in generale i dialetti del nord), altri lo vogliono solo dopo (il sardo), altri lo vogliono dopo, ma solo per i nomi di parentela, e spesso in forma fortemente ridotta; e in certi dialetti si distingue il tipo di possessivo se si parla di parenti vicini o di parenti lontani, o al singolare rispetto al plurale. In certi dialetti, quindi si dice sore-ta 'tua sorella', con forma ridotta, non accentata, ma magari 'le sore tue', con la forma piena del possessivo. E questo funziona con ‘sorella’, ‘fratello’, ‘mamma’, ‘babbo’ ma non con ‘cognato’, o ‘suocero’. E anche quando questo avviene, non avviene mai con nomi che non sono di parentela: in nessun dialetto italiano si dice vrazzo-to per ‘il tuo braccio’ con la forma ridotta, anche se tranquillamente si dice frate-to. Puntualmente a Faeto, incredibile isola nordista nel mare dei dialetti meridionali, si dice ta seràue, mentre in qualunque località lì intorno si dirà certamente sòrëta o qualcosa di simile. Se non ci fossero i documenti storici a raccontarcelo, basterebbe questo a dimostrare che i faetani arrivano da molto lontano.

Non tutti forse ci hanno fatto caso, ma anche in italiano i singenionimi hanno un comportamento speciale, perché rifiutano l’articolo: ‘mio suocero corre’, ‘mio cognato corre’, ma non ‘mio amico corre’; ma questo avviene solo al singolare, per cui si dice ‘le mie sorelle dormono’, non ‘mie sorelle dormono’. C’è chi ha collegato questo fatto a un supposto universale cognitivo, che si vede bene in molte lingue esotiche, che distinguerebbe nella mente umana e quindi in qualche modo nella lingua, il ‘possesso inalienabile’ (una cosa è mia e non può non esserlo) da ‘possesso alienabile’ (una cosa è mia ma potrebbe non esserlo, perché posso perderla, o venderla, ecc.). Per dire quanto però sono sfuggenti questi universali, ho trovato una lingua, mi pare della Polinesia, dove per ‘fidanzato’ si usa il possessivo inalienabile (l’amore è un legame indissolubile), mentre per ‘marito’ si usa l’alienabile (perché l’amore è eterno finché dura).

Parola pubblicata il 23 Marzo 2026

Dialetti e lingue d'Italia - con Carlo Zoli

L'italiano è solo una delle lingue d'Italia. Con Carlo Zoli, ingegnere informatico che ha dedicato la vita alla documentazione e alla salvaguardia di dialetti e lingue minoritarie, a settimane alterne esploriamo una parola di questo patrimonio fantasmagorico e vasto.