Serbare
ser-bà-re (io sèr-bo)
Significato Mettere da parte, custodire, nutrire in sé
Etimologia dal latino servare ‘conservare, sorvegliare’, da servus ‘schiavo, guardiano’.
Parola pubblicata il 02 Giugno 2026

ser-bà-re (io sèr-bo)
Significato Mettere da parte, custodire, nutrire in sé
Etimologia dal latino servare ‘conservare, sorvegliare’, da servus ‘schiavo, guardiano’.
Parola pubblicata il 02 Giugno 2026
È un verbo che ci richiederà di provare a dire alcune cose scivolose e sottili (che però forse sono le più divertenti da indagare). Ad esempio: che differenza c'è col conservare? E rispetto all'arcaico servare?
Il latino servare è un 'custodire, sorvegliare', e il fatto che assomigli a servus, 'servo', non è un caso: ne deriva. Il servo ha il primo profilo di un guardiano di gregge, che veglia sui beni del padrone (la schiavitù antica aveva dei tratti più famigliari di quelli che riconduciamo oggi al concetto — ci basti pensare che la famiglia stessa era l'insieme dei domestici).
Ora, in italiano servare, che non si usa più, significava soprattutto 'eseguire', in modo simile al derivato (che ancora usiamo) osservare. Il suo lavoro originario se l'è assunto il serbare — di trafila popolare. Ma gli si affianca fin dagli albori del XIII secolo il dotto conservare. E io voglio sapere che differenza di prospettiva c'è — perché posso anche affermare che vogliono dire tutti e due 'custodire' e campare cent'anni in serenità, ma se non infiliamo il dito in queste maglie sottili della lingua non arriveremo mai a capire che differenza di sentire ci danno due parole quasi uguali.
Il conservare ha il prefisso con- (applausi per l'acuta osservazione). Questo però vuol dire che il conservare non è chiuso in sé; il modo che ha di 'mantenere', di 'custodire' è relativo all'insieme di una situazione aperta e complessa. La conservazione dei cibi si confronta con una miriade di fattori e agenti; i reperti conservati nel museo sono nodi di una rete di testimonianze archeologica; e conservare la passione del primo slancio proietta il superamento di tutti gli indefettibili smottamenti smussamenti smorzamenti.
Il serbare è molto più intimo. È un mettere da parte sì, ma per un momento opportuno che s'intravede — come quando serbo i pinoli per il pesto. Quando serbo un segreto, ce l'ho non solo protetto e nascosto, ma in buona parte ignoto — il segreto che invece si conserva (la ricetta della Coca-Cola) magari è blindato ma si sa che almeno c'è. Tanto netto è questo taglio di concetto che il serbare diventa un 'nutrire in sé'. Sarebbe strano conservare rancore. Il rancore, così come l'affetto, si serba. E questa differenza si nota bene nel caso del ricordo. Se conservo un certo ricordo di un'esperienza, sono pronto a parlarne, a confrontarlo; se serbo un ricordo, ecco, è mio, mio il sentimento che suscita, profonda la sua collocazione — sopporta appena la penombra di un cassetto schiuso.
Ecco: il serbare accantona, mantiene, custodisce, protegge, nutre in una dimensione più strettamente personale, più intima. La b, più scura e trattenuta, ci sta proprio bene.