Cuore

cuò-re

Significato Muscolo situato nel torace, propulsore del sistema della circolazione sanguigna; molti sensi figurati, tra cui il cuore come sede dei sentimenti

Etimologia dal latino cor, genitivo cordis, ‘cuore’.

In questo articolo strumentale puoi trovare alcune note di carattere generale riguardo a questo ciclo di parole. L’articolo verrà aggiornato nel tempo.

La parola di oggi, cuore, è pronunciata quasi ogni giorno da tutti noi, nel suo significato concreto o più spesso (speriamo) nei suoi vari sensi figurati: il cuore può scoppiarci o pesarci in petto, può essere tenero, di pietra, di ghiaccio, può ardere di passione, possiamo averlo in gola o in mano, e ci sono alcuni che si direbbe addirittura un cuore non ce l’abbiano.

Si potrebbe andare avanti per molto tempo a elencare gli usi figurati di questa parola, che, dai tempi antichi fino ai nostri, ha indicato la sede dei sentimenti e degli affetti. È per questo che anche la più famosa creatura della penna di Salgari, Sandokan, la temutissima Tigre della Malesia, ne Le tigri di Mompracem può ammettere a sé stesso, rassegnato, che «una giovane donna dei visi bianchi ha vinto il cuore di un uomo che credeva di averlo invulnerabile».

Lasciandovi ai vostri personali ricordi di lettura, ci caliamo ora fino alle radici indoeuropee di questa parola.

L’italiano cuore deriva dal latino cor, genitivo cordis, di significato analogo. Ma non per via diretta: infatti dall’accusativo latino corde(m) in italiano avremmo dovuto avere corde (il tema cord- rimane in alcuni derivati come cordiale, concordia, accordo). Ma ci sono parole che escono dalla porta e rientrano dalla finestra: secondo alcuni, cuore sarebbe (ri)entrato in italiano dall’antico provenzale cor. L'antico provenzale, o lingua d’oc, era la lingua letteraria di riferimento al tempo in cui la letteratura italiana muoveva i suoi primi passi (XII secolo): l’italiano antico avrebbe dunque preso a prestito questa parola, largamente utilizzata in poesia, attaccandoci una bella vocale finale (come molti italofoni fanno quando parlano inglese): core. A questo punto, la sillaba co- è pronta a subire la dittongazione romanza (che abbiamo visto in piede), ed eccoci al nostro cuore.

La trafila provenzale è certo molto romantica, sa di trovatori e di lavanda, ma non esclude necessariamente uno scenario più prosaico: che nel latino volgare possa essersi affermata una forma cor, coris, corem che, mentre nel Sud della Francia e nel Nord d'Italia i trovatori poetavano, viene ereditata dai volgari italoromanzi (dopo tutto, la gente comune avrà continuato a parlare di cuori): core, indi cuore.

Ad ogni modo, la forma latina antica è cor, cordis. Ormai non vi sorprenderà più sapere che non è saltata fuori dal nulla, ma si lascia confrontare con varie parole indoeuropee: ittito ker, greco κῆρ (kêr) e καρδία (kardía, da cui i vari nostri cultismi medici cardiologo, cardiopatico, cardiopalma, tachicardia…), antico irlandese cride e, nelle lingue germaniche, gotico hairto, antico nordico hjarta, antico inglese heorte (> inglese moderno heart), antico alto tedesco herza (> tedesco moderno Herz), dove, per la solita legge di Grimm (incontrata in padre), vediamo h al posto di k o c e t (diventata z in tedesco) al posto di d. Verso est, invece, ecco spuntare lituano širdìs, russo serdce, armeno sirt, che non iniziano né con k né con h, ma con una sibilante š di scivolo o s di sibilo.

Due settimane or sono, occupandoci di pecunia, abbiamo parlato di un’importante distinzione nella famiglia linguistica indoeuropea, quella tra lingue satǝm e lingue centum: nella protolingua esisteva una classe di consonanti occlusive palatovelari (*, *, *h), mezze velari mezze palatali (come per esempio la nostra ch di schiena), che nelle lingue dette centum diventano semplici velari, in quelle dette satǝm diventano sibilanti o affricate. Nel nostro caso, le lingue centum con…cordano sull’occlusiva velare sorda k (scritta c in latino e in antico irlandese), comprese le lingue germaniche con la loro h; le lingue satǝm concordano su una sibilante. Possiamo quindi ricostruire a cuor leggero (per restare in tema) una palatovelare sorda *.

Il tripudio di er, air, eor, jar, ir, or, ra che vediamo seguire la consonante iniziale nelle nostre forme è invece dovuto alle delizie dell’apofonia indoeuropea (e, ovviamente, alle successive vicende della fonetica storica di ciascuna lingua): similmente a piede, cuore era infatti un nome radicale e compariva come *ḱḗrd, *ḱérd- o *ḱr̥d- a seconda che il nostro parlante protoindoeuropeo usasse il nominativo, l’accusativo, il genitivo etc. (la * è, ricordiamo, la cosiddetta sonante sillabica che pronunciamo quando diciamo «brrr, che freddo!», ne abbiamo parlato a proposito di drago). Nel tempo, le lingue indoeuropee hanno poi generalmente esteso una delle varianti a tutta la declinazione, quando non hanno addirittura aggiunto dei suffissi: per esempio il greco καρδία viene da *ḱr̥d-ii̯eh2-, l’antico irlandese cride da *ḱr̥d-i̯o-, il germanico hairto, hjarta, herza etc. da *ḱerd-on-.

Qualcuno si starà chiedendo che fine ha fatto il sanscrito, che di solito citiamo sempre. Be', questa volta l’abbiamo nascosto sotto il tappeto, perché il continuante sanscrito di *ḱḗrd/ḱérd-/ḱr̥d- è fonologicamente irregolare: suona hr̥d-, ma le leggi fonetiche ci dicono che al posto di h- dovremmo avere ś- (di nuovo, una sc di scivolo).
E proprio ś- troviamo infatti nel verbo sanscrito śraddhā-, che significa ‘credere’. E cosa c’entra?

Si dà il caso che alcune lingue indoeuropee abbiano ereditato un verbo protoindoeuropeo composto dal nome del cuore e dalla radice *dheh1- ‘porre’: *ḱréd-dheh1- ‘porre il cuore’, da cui appunto sanscrito śraddhā- o, dalla parte opposta dell’Eurasia, antico irlandese creitid ‘credere’. Tra queste lingue si trova anche proprio il nostro latino: il verbo crēdō, da cui l’italiano credere, viene da questo stesso *ḱréd-dheh1-. Insomma, ogni volta che crediamo a qualcuno, gli stiamo affidando il nostro cuore.

Parola pubblicata il 27 Giugno 2026

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