Indoeuropeo

in-do-eu-ro-pè-o

Significato Relativo alla famiglia di lingue parlate dall’India all’Europa

Etimologia aggettivo composto derivato da India e Europa.

  • «Quale è la radice indoeuropea di questa parola?»

‘Indoeuropeo’ è una parola che non rientra esattamente nelle prime cento che usiamo quotidianamente: oltre che su Una parola al giorno, si può incontrare durante qualche lettura impegnata o in qualche aula di scuola, più probabilmente di università, e usata in espressioni come ‘lingue indoeuropee’, ‘popolazioni indoeuropee’, ‘linguistica indoeuropea’, ‘archeologia indoeuropea’. È un termine tecnico, e forse non ispira molta fiducia: innanzi tutto, è un aggettivo composto, bestia strana in italiano (e nelle altre lingue romanze), poi, suggerisce un insolito accostamento tra India ed Europa, due elementi che raramente troviamo nello stesso insieme, che non sembrano avere molto in comune, né nella loro storia, né nella loro geografia.

Be’, quest’ultimo punto è presto chiarito: nonostante la sua apparente sofisticatezza, ‘indoeuropeo’ è un aggettivo piuttosto sbrigativo, fatto per intendersi, per dire in una parola che, in un’area geografica che va dalla piana del Gange in India all’Islanda, dal bacino del Tarim in Cina alla Penisola iberica, passando per l’Iran, la Turchia e la Russia europea, si parlano o si sono parlate lingue imparentate tra loro, che formano una famiglia, lingue sorelle e cugine. Come e perché?

Fin dall’inizio dell’età moderna (in realtà qualcuno già nel Medioevo), uomini di lettere, mercanti e missionari cominciarono a notare che alcune parole del loro vernacolo assomigliavano decisamente alle loro controparti in greco e in latino, e che queste a loro volta assomigliavano alle loro controparti in lingue alquanto esotiche come il sanscrito, che nel Settecento aveva ormai conquistato i cuori degli intellettuali di mezza Europa. Tutte queste lingue, si pensò, sono troppe e troppo lontane tra loro per essersi scambiate così tanto lessico tramite prestiti: devono essere imparentate tra loro, sorelle, e la madre deve essere la più perfetta tra tutte, il sanscrito (del resto sanscrito, in sanscrito, vuol dire ‘lingua perfetta’). Problema risolto? Non proprio: mancava l’ultimo passo. A compierlo fu, nel 1786, un giudice di origine gallese, Sir William Jones, che in un discorso pronunciato alla Royal Asiatic Society di Calcutta ipotizzò che il sanscrito fosse non la madre ma una delle sorelle — probabilmente la più carina —, e che la madre fosse un’altra lingua ancora, sconosciuta, forse nemmeno più parlata. Era l’inizio della glottologia indoeuropea.

Indoeuropee, quindi, sono tutte le lingue che discendono da questa lingua comune, non attestata perché parlata in età preistorica, che chiamiamo protoindoeuropeo. Il prefisso proto- significa proprio che è la capostipite e che, in mancanza di testimonianze scritte, la ricostruiamo attraverso la comparazione sistematica delle sue lingue figlie storicamente attestate.

Ma chi parlava protoindoeuropeo? Chi era il popolo che nella preistoria parlava la lingua che unisce noi, i nostri vicini europei e i nostri meno vicini iraniani e indiani (e nepalesi, singalesi, maldiviani...) in un’unica comunità storico-linguistica? E come è avvenuta questa impressionante diffusione nel tempo e nello spazio?

Gli indoeuropeisti — linguisti e archeologi — si pongono queste domande da decenni, e si sono dati un numero scoraggiante di risposte diverse. Negli ultimi anni, tuttavia, una serie di scoperte rese possibili dai progressi nell’analisi del DNA antico sembra aver individuato qualche punto fermo.

Partiamo dalle origini, o almeno dal limite più addietro nel tempo al quale gli studiosi sono riusciti a risalire: il V millennio a.C. Possiamo datare a quest’altezza cronologica le comunità di parlanti protoindoeuropeo che nei millenni successivi sono migrate in Europa e in Asia.

Ma migrate da dove? Qual è la protopatria, la terra originaria (Urheimat in tedesco, la lingua che per molto tempo ha dominato l’indoeuropeistica), di queste comunità? Dopo decenni di acceso dibattito, l’esame del DNA antico di resti umani rinvenuti nei siti archeologici della cosiddetta cultura di Yamna ha reso possibile delineare diversi movimenti migratori che hanno come punto di origine la steppa pontica (tra l’Ucraina e la Russia). Proprio quest’anno, a febbraio, due studi archeogenetici hanno ipotizzato che questi antichi locutori protoindoeuropei discendessero a propria volta da una popolazione stanziata tra il Caucaso e il Basso Volga, che parlava una forma ancora più antica di protoindoeuropeo e che intorno al 4500 a.C. avrebbe iniziato due migrazioni: una verso la steppa pontica, l’altra verso l’Anatolia (odierna Turchia).

Questi parlanti protoindoeuropeo erano prevalentemente allevatori: abbiamo molte parole del campo semantico dell’allevamento ereditate nelle lingue figlie (per esempio lana, gregge, bue…). L’allevamento li portava a muoversi molto, per cercare cibo per i propri animali: erano quindi nomadi, e dovevano essere divisi in comunità molto piccole, con struttura patriarcale. Per muoversi agevolmente, inoltre, utilizzavano la ruota e addomesticarono il cavallo.

Fu proprio da queste comunità nomadi che partirono i flussi migratori che diffusero il protoindoeuropeo e i suoi discendenti in Asia e in Europa. Nei loro spostamenti, queste genti giungevano in territori abitati da altre popolazioni, che conoscevano l’agricoltura (arrivata in Europa nel Neolitico dal Vicino Oriente) e che erano quindi sedentarie. Si stanziarono in questi nuovi territori e, fatto curioso, imposero praticamente ovunque la loro lingua, tanto che in passato gli studiosi parlavano di ‘invasione indoeuropea’, cioè pensavano che i nuovi arrivati, in particolare gruppi di individui maschi, si facessero strada a forza di razzie e violenze, soppiantando le popolazioni preesistenti. Questo può essere accaduto in parte, ma non ha costituito la norma.

Dagli albori della disciplina, gli indoeuropeisti lavorano a rappresentare le lingue indoeuropee come ogni famiglia che si rispetti, cioè con un albero genealogico. Ve ne presentiamo uno recente, che dobbiamo a Riccardo Ginevra, indoeuropeista dell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano:

‘Indoeuropeo’. Aggettivo poco familiare, dicevamo. Sì, perché siamo abituati a pensare che la storia dell’italiano inizi con Dante, o al più con il latino di Cicerone. Siamo per lo più inconsapevoli dello strabiliante fatto che ogni giorno portiamo in bocca parole che circolano da millenni, che sono appartenute a Omero, Platone, Lucrezio, San Girolamo, il Buddha, Zaratustra, e che oggi, mentre noi le usiamo, si trovano anche, un po’ nascoste dai segni del tempo, sulle bocche dei nostri cugini indiani, russi, iraniani, norvegesi, romaní… di circa metà della popolazione del pianeta. Vorremmo quindi svelarvi l’unità dietro questa molteplicità, indicarvi, dietro i segni del tempo, l’origine indoeuropea che unisce alcune comuni, insospettabili parole della nostra lingua con quelle di letteralmente mezzo mondo; mostrarvi, nelle radici delle nostre parole, le nostre radici.

ūrdhvamūlam avākchākhaṃ
vṛkṣaṃ yo veda samprati

na sa jātu janaḥ śraddadhyāt
mṛtyur mā mārayād iti

Colui che conosce esattamente l’albero
che ha le radici verso l’alto e i rami verso il basso,
quest’uomo mai deve credere
che la morte lo ucciderà.

Taittirīya Āraṇyaka 1.11.5
(X-VI sec. a.C., sanscrito vedico)

Parola pubblicata il 29 Novembre 2025 • di Giorgio Moretti