Impostore
im-po-stó-re
Significato Chi finge di essere ciò che non è, attribuendosi qualità, meriti, identità o ruoli che non possiede, allo scopo di trarre vantaggio dall’inganno
Etimologia dal latino tardo impostor, nome d’agente tratto da impostus, forma sincopata di impositus, participio passato di impōnere ‘porre sopra’, poi ‘dare a intendere, ingannare’; derivato di pōnere ‘posare, mettere’, con prefisso in-.
Parola pubblicata il 16 Luglio 2026

Imporre vuol dire mettere qualcosa sopra qualcos’altro: una tassa, una regola, una mano sul capo. È il senso del latino impōnere, dallo stesso pōnere che ci dà porre, comporre, disporre, esporre. L’impostore compie quel gesto su di sé: si mette addosso un nome, un titolo, una faccia che non sono suoi, e ci si sistema dentro come in un vestito preso a prestito. Prima ancora di impostore, del resto, il latino aveva impositor, che voleva dire ‘chi assegna un nome’, chi appiccica un’etichetta a una cosa. L’impostore viene da lì, con una torsione: l’etichetta se la attacca da solo. E la forma da cui nasce, quell’impostus contratto da impositus, è la stessa che ci lascia l’impostura e perfino l’imposta — quella che paghiamo e quella, di legno, che chiude la finestra.
Chi scava più a fondo, come Michiel de Vaan nel suo dizionario etimologico del latino, trova che pōnere stesso forse non è originario: sarebbe un antico po-sinere, con una radice indoeuropea legata al costruire e all’abitare. È una ricostruzione, non una certezza. Ma se regge, sotto il semplice ‘porre’ si nasconde un’idea di edificazione, e l’impostore diventa uno che si fabbrica una dimora addosso e ci va a vivere.
La lingua italiana possiede un intero repertorio di ingannatori, ma la filologia ci impone di non confonderli, poiché ciascuno orienta la propria frode verso un bersaglio differente. Il truffatore punta al bottino: termine quasi giuridico, presuppone una vittima e un profitto sottratto. Il ciarlatano – da ciarlare – vende a gran voce competenze che non ha, come l’antico venditore di rimedi miracolosi: mente su ciò che sa fare. Il millantatore si vanta di imprese e conoscenze inesistenti, basti pensare al reato di millantato credito: mente su ciò che ha. Il falsario contraffà oggetti — firme, documenti, monete — spostando l’inganno dalla persona alla cosa prodotta. L’impostore, invece, non mente su ciò che fa, dice o possiede: mente su ciò che è. È l’unico del gruppo definito non da un atto, ma da uno stato usurpato, l’unico che non recita una parte, ma quasi la diventa, per il tempo dell’inganno.
Il teatro lo ha amato fin dalle origini — il servo travestito da padrone, il pezzente che si spaccia per principe, ma anche il principe che si spaccia da pezzente — muovono da sempre le trame della commedia. Ma l’impostore per antonomasia porta un nome che dal palco è passato nel vocabolario. La commedia di Molière del 1669 si intitola Tartuffe, ou l’Imposteur: un arrivista che s’insinua in una famiglia con ostentata religiosità. Il personaggio ebbe tale fortuna che tartufo (e tartufesco, parola già trattata), in italiano, ancora si usa per indicare una persona falsa, bacchettona e ipocrita; e a un lettore di UPAG non sfuggirà che il fungo omonimo condivide con lui la natura più segreta, quella di crescere sottoterra, invisibile, fino a quando non viene dissotterrato. Eppure, a rigore di logica, Tartufo è più ipocrita, più truffatore o più impostore? La risposta è che egli compendia magistralmente l'intera triade: è ipocrita perché esibisce una santità posticcia; è impostore perché usurpa il ruolo di guida spirituale del focolare; ed è infine truffatore, poiché mira dritto alla dote della fanciulla e al patrimonio del credulo Orgone. Non resta che riconoscere come i confini che ho tracciato prima sono spesso tenuti insieme dallo stesso inganno.
C’è infine il rovescio della medaglia, ed è quello che ha fatto della parola un termine tecnico della psicologia. Nel 1978 le studiose Pauline Clance e Suzanne Imes descrissero la sindrome dell’impostore: quella persistente e lacerante incapacità di interiorizzare i propri successi, accompagnata dal terrore paranoico di aver ingannato il mondo intero e di essere da un momento all'altro smascherati nella propria presunta nudità. Osservata inizialmente in donne dall'altissimo profilo accademico sul finire degli anni Settanta, mentre i loro successi sociali scardinavano secolari barriere patriarcali, questa sindrome ci rivela che l'impostura può essere un fantasma generato dall'insicurezza.
E così, il cerchio si chiude su una nota di sottile inquietudine: se l'impostore storico è colui che inganna deliberatamente il mondo esterno per essere ciò che non è, la vittima della sindrome inganna dolorosamente sé stessa, convincendosi di essere un bluff proprio mentre il mondo ne riconosce l'autentico valore. In entrambi i casi, la parola ci consegna alla medesima, irrisolta domanda: quale maschera stiamo indossando oggi, e quanta forza ci rimarrà quando saremo costretti a calare la testa davanti allo specchio?